Restyling logo

restyling logo

Restyling logo, cos’è

Il restyling di un logo consiste in una “rinfrescata” al logotipo aziendale e, di conseguenza, all’intera visual identity.
Il restyling del logo permette di dare nuova visibilità all’azienda, specialmente nei casi in cui il logo non sia più competitivo o risulti obsoleto, non in linea con i tempi e con le nuove esigenze di mercato.
Rinnovare il look di un brand aiuta quindi a riposizionare un marchio e ottimizzare la percezione che gli utenti hanno di esso.

Modalità di restyling

L’immagine aziendale può subire una trasformazione drastica e rivoluzionaria, con cambiamenti radicali che avranno un forte impatto nel consumatore, oppure può avvenire in maniera più conservativa, blanda e graduale, quasi impercettibile agli occhi dei non addetti ai lavori.

Il primo caso viene adottato quando si desidera comunicare a gran voce il cambiamento; magari perché ci sono novità importanti all’interno dell’azienda e si vuole trasmettere questa trasformazione e i nuovi valori che l’accompagnano; oppure perché il logo precedente risultava poco incisivo e andava sostanzialmente rifatto.

Nel secondo caso, invece, ci si limita ad adeguare il logo alle nuove tendenze e sono necessari pochi ritocchi grafici per renderlo più fresco e attuale.
Del resto, il mondo è in continuo cambiamento e muta anche ad un ritmo serrato, pertanto è davvero difficile che un logo, presto o tardi, non subisca delle modifiche. Per questa ragione, le aziende sono chiamate a rispondere a queste evoluzioni con elasticità, per allinearsi con i gusti dei consumatori e rimanere competitive nel tempo.

restyling google

Google ha modificato il logo negli anni, di volta in volta in maniera impercettibile.

Differenza tra restyling e rebranding

Breve ma importante precisazione: restyling e rebranding non sono sinonimi. L’attività di rebranding, infatti, va oltre la grafica ed è un percorso più complesso che l’azienda intraprende per ridefinire la percezione dei propri prodotti o servizi.
 In questo caso non si mettono all’opera solamente i grafici ma sono coinvolte più figure professionali che studiano la nuova strategia di marketing e di riposizionamento. In questo processo c’è sì il restyling del logo, ma seguono molti altri interventi.

Alcuni dei casi presentati in questo articolo hanno una storia che non si limita al restyling del logo aziendale, ma che hanno subito un vero e proprio rebranding. In ogni caso, qui ci limiteremo a prendere in considerazione solo l’aspetto visivo e quindi le varie evoluzioni dei loghi.

Il tuo logo ha bisogno di un restyling?

Perché fare un restyling del logo

Come abbiamo anticipato, possono esserci diversi motivi alla base della decisione di modificare il logotipo aziendale. Potrebbe essere necessario un restyling del marchio a seguito di un mutamento dei servizi/prodotti offerti; potrebbe essere variato il target di riferimento; si vuole mostrare un’evoluzione tecnologica o legata alla sostenibilità o semplicemente c’è bisogno di rilanciare l’immagine aziendale.

Analizziamo con degli esempi i 4 motivi più comuni alla base del restyling logo:

1. L’immagine dell’azienda è fuori moda 

Questo è il caso più comune di restyling del logo. L’azienda ha bisogno di modernizzarsi e adattarsi alle nuove modalità comunicative. Per seguire le tendenze e rimanere sempre contemporanei, è necessario rinnovare ciclicamente il proprio marchio. Non si tratta di rivoluzionare il logo, a volte bastano piccoli ritocchi per dare una ventata di freschezza.

In seguito al boom del settore elettrico e della digitalizzazione delle auto, ad esempio, le case automobilistiche hanno compreso che i loro loghi non erano più in linea con le nuove tendenze del mercato.
Ci sono numerosi esempi recenti che vedono il passaggio dal classico logo tridimensionale con effetto cromato ad un flat design con il logo più minimal e grafico.

 

loghi automobili

Dal logo tridimensionale ad un design o più moderno e minimal.

2. Il brand ha una cattiva reputazione

Capita anche alle migliori aziende di commettere un passo falso nella strategia di marketing, finendo col ritrovarsi immischiate in brutte faccende e subire la cosiddetta bad reputation
Un restyling del logotipo è d’obbligo, anche se in questi casi è necessario un intervento di rebranding e quindi un cambiamento più sostanziale. Un noto caso di questo tipo è quello della Philip Morris, una delle aziende più importanti nell’industria del tabacco. 

Quando l’azienda decise di espandere il proprio mercato in altri settori, come quello vinicolo, capì di non godere di una buona reputazione a causa dell’associazione alle sigarette. Per scrollarsi di dosso quell’immagine, non si limitò ad un restyling ma creò addirittura un nuovo marchio: l’ Altria Group.

3. In seguito a fusioni, scissioni o acquisizioni 

Questi sono altri casi comuni per cui viene effettuato un restyling del logo. Nel caso della fusione tra due aziende, il più delle volte la scelta cade sul mantenere parte dell’immagine di entrambe le aziende. Mentre nel caso di acquisizioni si dà priorità all’immagine dell’azienda che ha acquistato. 

Il logo di WINDTRE, azienda nata dalla fusione delle compagnie telefoniche Wind e Tre, vede la perfetta combinazione delle due immagini preesistenti, conservando il segno distintivo di entrambe le compagnie e uniformando il tutto con il medesimo stile grafico. Inoltre si è mantenuto il colore arancio come elemento di continuità.

Un’altro esempio storico è quello di Boeing che nel 1996 acquistò la McDonnel Douglas, azienda orientata al mondo spaziale, cercando di acquisire il loro know how e la loro tecnologia per portarle sugli aerei di linea. In questo caso, il simbolo della McDonnel Douglas venne mantenuto e unito alla scritta Boeing.

4. L’azienda si vuole riposizionare sul mercato

Ci sono poi dei casi in cui l’azienda non vuole semplicemente cambiare la propria visual identity ma vuole cambiare approccio aziendale, o aprirsi a nuovi mercati o verso nuovi Paesi. In questi casi, per fare il restyling bisogna rimuovere eventuali elementi o richiami che confinano l’azienda all’interno di un determinato settore.

Un recente caso di questo tipo riguarda Meta, l’azienda che racchiude al suo interno un ecosistema di marchi e prodotti nati, acquisiti o finanziati da Mark Zuckerberg sotto il nome di Facebook.
L’esigenza era quella di mettere a capo di questi prodotti un logo che li racchiudesse in uno unico. Il simbolo dell’infinito rappresenta orizzonti futuri e nuove possibilità. Unico filo conduttore col logo precedente, il colore blu.

Mentre Barilla, per il suo 145° anniversario, ha deciso di cambiare logo e packaging in maniera abbastanza radicale per evidenziare la nuova strada intrapresa verso la sostenibilità. 

L’azienda, infatti, ha messo in campo alcune importanti iniziative come la rimozione della finestrella in plastica dalle confezioni della gamma Barilla Classica, per ridurre l’uso di questo materiale; e le nuove confezioni sono prodotte con cartone proveniente da foreste gestite responsabilmente, completamente riciclabili. 

Questi cambiamenti all’interno dell’azienda si sono rispecchiati anche in una nuova visual identity: è sparito il colore blu dal logo, ora sostituito da un rosso intenso che diventa il colore dell’intero packaging. Anche il font è diventato più solido ed è accompagnato dalla data di fondazione per sottolineare la storicità del brand.

nuovo logo barilla

Nuovo logo e nuovo packaging Barilla

Restyling logo: come si fa

Il logo è l’elemento grafico più importante dell’intera identità visuale di un’azienda, che si riflette su tutta limmagine coordinata.

Quando, per uno dei vari motivi che abbiamo visto, si decide di ridisegnare o ritoccare il logotipo, la prima cosa da fare è ricercare i punti deboli del marchio, per poterlo poi cambiare in modo coerente con quella che dovrà essere la nuova visione aziendale.

Ridefinire il design di un’azienda può avere molti vantaggi ma bisogna prendere in considerazione diversi fattori nella fase di analisi; come il mercato in questione.
Esistono, infatti, settori che si basano su concetti di tradizione e stabilità, pertanto non potranno essere trattati come quelli in cui dominano concetti di cambiamento, innovazione e flessibilità.
Una banca, per fare un esempio, deve saper trasmettere sicurezza, anche attraverso la scelta del colore e del font, e non può rischiare di rivoluzionare la propria immagine compromettendo questo concetto di stabilità. Ci vorrà quindi molta cautela.

Esistono invece altri settori, come quello dei media, rivolti al mondo dei giovani, che devono mutare spesso la propria immagine, mantenerla sempre viva, al passo con i tempi.
Quindi è fondamentale conoscere il mercato di riferimento, le sue necessità e il suo target, per creare un restyling giusto.

L’operazione non è sempre semplice: ci sono casi in cui il restyling del logo non ha avuto molto successo, probabilmente perché non si è dedicata la giusta cura alla fase di analisi. È il caso di Kraft e quello di Mastercard che si sono viste costrette a tornare al loro logo originale in breve tempo.

L’azienda e i designer dovrebbero tener conto anche del legame emotivo che i clienti hanno con il vecchio marchio per stabilire quanto è possibile sbilanciarsi con la trasformazione.


Esempi di restyling della nostra Agenzia

Desidero chiudere questo articolo con alcune immagini dei restyling loghi di cui si è occupata la nostra agenzia. 

loghi prima e dopo

Il tuo logo ha bisogno di un restyling?

Brand naming

brand naming

Brand naming significato

Il brand naming (dall’inglese denominazione del marchio) è, appunto, lo studio e l’attribuzione del nome ad un brand.
Quando un’attività emergente si trova a decidere come dovrà chiamarsi, deve assicurarsi di trovare un nome che calzi a pennello e che racchiuda l’essenza del brand.

Il brand naming non è solo una questione di creatività; non significa banalmente trovare un nome “figo” ma richiede ricerca e conoscenze in differenti campi, dalla linguistica al diritto. Una questione da non sottovalutare e che, come vedremo, presenta tante sfaccettature.

Brand naming, perché è importante

Il brand naming fa parte della brand identity di un’azienda ed è una delle primissime cose, assieme al logo, con cui il pubblico viene in contatto. Pertanto, il nome deve far trasparire i valori e i tratti distintivi del brand e persino le emozioni che vuole suscitare nel pubblico.

Avere un nome “giusto” è indispensabile per un’azienda, per comunicare efficacemente ed imprimersi nella mente della propria target audience. Tutti aspetti importanti di cui abbiamo parlato anche nell’articolo dedicato alla brand strategy.

Un’altra ragione per cui questa scelta non andrebbe presa sottogamba è che il nome, a differenza di altri elementi come logo e payoff che possono cambiare nel tempo, una volta scelto sarà quello per sempre. 
Anche a seguito di un rebranding, è molto improbabile che il nome cambi, perché esso si lega al brand in maniera indissolubile (diverso è il caso di acquisizioni o fusioni tra due aziende dove effettivamente il nome potrebbe subire modifiche).

Un nome è difficile farselo. Un cattivo nome, toglierselo.

Caratteristiche di un brand naming di successo

Un buon naming deve rispondere ad alcuni requisiti, ed essere:

  • Coerente: come già accennato, dev’essere coerente con la mission e la vision aziendali ed essere adatto alla target audience di riferimento. In questo modo contribuisce al posizionamento del brand sul mercato.

  • Unico: il nome deve essere unico e originale per differenziarsi dai competitor.

  • Semplice e possibilmente breve. Non è una regola universale, esistono nomi lunghi ma ugualmente d’impatto e di successo ma, orientativamente, queste caratteristiche rendono il nome del brand più facile da ricordare, come nel caso di Nike, Ikea, Lego.

  • Inequivocabile, cioè non soggetto a fraintendimenti. Qui, come vedremo più avanti, entra in campo uno studio di tipo linguistico per accertarsi che il nome non abbia significati ambigui o, peggio, offensivi in altre lingue. Meglio stare alla larga anche da nomi che si prestano facilmente a storpiature o giochi di parole.

  • Facile da pronunciare, non solo nella propria lingua ma anche in altre se il brand è -o potenzialmente lo potrà diventare nel tempo- destinato a diversi Paesi.

  • Eufonico, cioè dotato di una piacevole sonorità, magari in grado persino di evocare le sensazioni tipiche di quel settore. Ad esempio Soflan, oltre ad essere gradevole come suono, induce a un collegamento naturale al prodotto e al suo scopo (ammorbidente).
    In ogni caso, se è difficile da ripetere o suona strano non è il nome giusto.

  • Disponibile. Ultimo requisito, ma di certo non ultimo per importanza, è la disponibilità e la fattibilità del nome. Vanno esclusi nomi già registrati da altri o quelli che, per motivi legali, non sono registrabili.

Ti serve un brand naming?

Tipi di naming ed esempi

Abbiamo visto quali caratteristiche deve avere un brand naming di successo, ora scopriamo invece che tipi di nomi esistono e come orientarsi nella scelta.
Facciamo una prima distinzione in base allo stile e, a seguire, prendiamo in considerazione il fattore “significato”.

Differenze di stile

Una delle prime cose da stabilire è se il nome del marchio sarà di tipo descrittivo oppure astratto.

  • Un nome descrittivo, è quello che racchiude in modo sintetico il settore merceologico cui appartiene il brand. In breve, fa capire subito di cosa si occupa l’azienda.
    Un esempio è Tessitura Toscana Telerie che, com’è facile evincere, si occupa di biancheria e tessili per la casa. Nessun fraintendimento.
  • Al contrario, un nome evocativo è meno diretto e rimane più vago; si limita a suggerire velatamente il mondo a cui il brand appartiene, o il suo scopo.
    Algida rientra in questa categoria. Il nome non svela direttamente ciò di cui si occupa l’azienda (produrre gelati) ma il termine álgida (dal latino “algidus”, freddo) appartiene ad una sfera semantica in cui si trovano parole come ghiaccio, gelati, neve, ghiaccioli, surgelati ecc.

    La parola algida richiama in noi immagini e sensazioni legate al freddo. Pur non chiamandosi “Gelati&gelati”, si comprende ugualmente di cosa si occupa l’azienda, o quanto meno la si riesce a collocare in un settore.
    Quando l’azienda non era ancora così nota, a facilitare la comprensione del naming c’era un chiaro payoff (Industria alimenti gelati) e l’immagine di un cristallo di ghiaccio a completamento del logo.

logo algida negli anni

Logo Algida negli anni; tanti restyling ma il nome è sempre lo stesso.

Differenze di significato

Un’altra distinzione si basa sul significato che si vuole (o non vuole) dare al nome del brand.

  • Il proprio nome: questa è una scelta che adottano comunemente le case di moda o anche le cantine di vini e l’industria alimentare. Quando si tratta di aziende che vantano una certa storicità, il nome è spesso accompagnato dalla data di fondazione.
    Un naming di questo tipo infonde una sensazione di stabilità e anche autorevolezza.

Quando il nome proprio diventa un brand

  • Nome astratto, è un nome completamente inventato. Molti brand famosi sono nomi di fantasia, come Amazon o Google. Uno dei suoi pro è che è facile da memorizzare proprio perché fa leva sul fatto che è un nome inusuale, mai sentito prima perciò sorprende e rischia di diventare un “tormentone”.

  • Acronimo: ossia un nome formato solo da iniziali, come nel caso di Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino) LG (Lucky Goldstar) TIM (Telecom Italia Mobile) IKEA (Le iniziali di Ingvar Kamprad, fondatore, e di Elmtaryd e Agunnaryd, rispettivamente la fattoria e il villaggio svedese dove è nato).

  • Onomatopea: sono quei nomi che vogliono riprodurre dei suoni specifici, legati al prodotto o al suo packaging.
    Cosa ti suggeriscono parole come: Tic Tac, Schweppes, Chupa chups? Anche Twitter, (dall’inglese, to tweet=cinguettare) fa ricorso a un suono onomatopeico .

Quando si opta per un nome simbolico o astratto, il payoff può venire in aiuto per facilitarne la comprensione. 

Esempi di famosi payoff 

Brand naming, consigli utili

In questo articolo stiamo usando come esempi alcuni noti brand perché ci aiutano a illustrare i concetti, ma voglio mettere in guardia dalla tentazione di voler imitare tutti costi i grandi marchi. Non sempre, infatti, sono raccomandabili nomi sofisticati, troppo fantasiosi.

Concentrarsi sulla propria particolarità è sicuramente il miglior consiglio, così come quello di orientarsi verso un nome che convince e in cui ci si rispecchi, perché accompagnerà il brand per sempre.

Nel processo di naming, poi, bisogna tener conto di una questione che in passato non era così sentita: la disponibilità del dominio per un sito web.
In vista della realizzazione di un sito web (che ormai tutte le realtà, piccole o grandi, hanno) è bene controllare che il nome dominio .it o .com sia disponibile.

Step per la ricerca di un naming

Come detto all’inizio, fare brand naming non è frutto solo di creatività ma di un mix di competenze differenti che entrano in campo.

Chi si occupa di brand naming deve saperne di:

  • Marketing e branding
  • Comunicazione
  • Linguistica
  • Fonetica
  • Semiotica
  • Diritto dei marchi

Vediamo ora brevemente i passaggi necessari per la selezione del nome di un brand.

  1. Analisi: come prima cosa viene fatto un incontro col cliente per raccogliere quante più informazioni sul brand, le sue migliori qualità, la filosofia cui si ispira, i competitor, e le persone alle quali ci si rivolgerà.

  2. Al termine dell’analisi, i creativi, attraverso tecniche come il brainstorming, liberano ogni idea che passi per la mente, di getto.

  3. Da questa prima “sfornata” si filtrano i nomi che convincono di più e si comincia a fare uno studio più approfondito, a partire da quello sulla disponibilità per evitare di perdere tempo con nomi non disponibili o soggetti a restrizioni.
    Il processo di scrematura continua fino a ridurre la scelta a pochi nomi, che il cliente potrà vagliare per decidere quale risponde meglio alle sue esigenze e quale sente più suo.

  4. Al termine del processo decisionale, il nome verrà depositato come marchio di proprietà e sarà valido per 10 anni, rinnovabili all’infinito.

Cerchi un nome originale ed efficace per distinguerti?

Immagine coordinata, cos’è?

immagine coordinata

L’immagine coordinata (o grafica coordinata) è l’insieme degli elementi grafico-visivi che comunicano, in modo armonioso e coerente, un marchio o un’azienda. Potremo dire che è il “vestito” che indossa un’azienda, il suo tratto distintivo che la rende immediatamente riconoscibile agli occhi del pubblico.

L’immagine coordinata, costituita da vari elementi che scopriremo tra poco, non riguarda l’aspetto visivo fine a se stesso, ma serve a veicolare il messaggio aziendale. Per questo motivo è indispensabile che lagenzia di comunicazione che se ne occupa, dedichi del tempo ad un accurato briefing con il cliente per conoscere i valori, lo stile comunicativo e la mission della sua azienda. Solo in questo modo riuscirà a confezionare un “abito su misura” in grado di rappresentare l’azienda e rafforzare la sua brand identity.

In sintesi, l’immagine coordinata serve ad un azienda (o ad un professionista) per:

  • Esprimere la sua personalità
  • Migliorare la propria reputazione
  • Rafforzare la sua brand identity
  • Imprimersi nella mente delle persone; rendersi “memorabili”
  • Dare un senso di uniformità e coerenza espressiva
  • Distinguersi dai competitor

Quali elementi formano l’immagine coordinata? 

Gli elementi che costituiscono un’immagine coordinata variano in base al tipo di azienda (di cosa si occupa, quali prodotti o servizi offre ecc.) ma, essenzialmente, sono:

  • Il logo: la sintetizzazione grafica di ciò che l’azienda rappresenta.
  • Il coordinato grafico: biglietti da visita, carta intestata, dépliant, brochure, ovvero gli elementi cartacei che servono per presentarsi al cliente.
  • Il sito web: l’immagine aziendale deve essere coerente anche online (sito web, social media, newsletter ecc.), per mantenere intatta la riconoscibilità visiva dell’azienda.

Potremo elencare anche: i packaging; le campagne pubblicitarie, i calendari aziendali & gadget, gli inviti, il materiale promozionale, i listini e i cataloghi, i portadocumenti, le divise lavorative, gli espositori pubblicitari, insegne e cartelloni ecc. Insomma: tutto ciò che rappresenta un’azienda e che la mette in contatto con i clienti.

Come dicevamo, questi elementi non sono solamente “di bellezza”, ma contribuiscono a trasmettere gli obiettivi di un’azienda. L’importante è che siano uniti da un filo conduttore chiaro e coerente.

coordinato grafico per gastronomia

Parola chiave: coerenza

Tutti gli elementi che compongono la grafica coordinata devono uniformarsi al logo: se tutte le parti sono in armonia fra loro, vengono percepite come appartenenti ad un’unica realtà. Il principio di coerenza può essere rispettato se si conoscono alcune regole, che gli esperti di grafica e design sanno padroneggiare:

  • Colore: la scelta dei colori è fondamentale per un’immagine coordinata. Basti pensare a brand famosissimi come Coca Cola oppure McDonald’s o Tiffany, dove sono i colori stessi che entrano nella mente delle persone e con i quali identificano immediatamente il brand e il prodotto. Nella scelta del colore/i bisogna ricordare che essi hanno un significato intrinseco e sono capaci di trasmettere emozioni. Ogni colore invia al nostro cervello input emotivi e psicologici diversi, per questo è importante scegliere il colore corretto da utilizzare nel marchio, sulla base al messaggio che si vuole veicolare. Infine, occorre una certa padronanza dell’uso dei colori, del loro accostamento sia dal punto di vista estetico che funzionale.
  • Font: altrettanto importante è la scelta del carattere tipografico. Per trasmettere coerenza visiva è bene utilizzare sempre un’unica font. La varietà di font esistenti è pressoché infinita e nella scelta non bisogna basarsi su quello che esteticamente piace di più: come nel caso dei colori, anche i caratteri tipografici sono in grado di trasmettere un messaggio e suscitare emozioni.
  • Pattern e icone: tutti i piccoli elementi che completano la grafica (sfondi, icone, linee, tratti e simboli) non devono essere lasciati al caso ma abbinarsi per colori e stile al resto degli elementi “principali”.
  • Foto&Immagini: Una volta scelti gli elementi base della grafica, anche le immagini e le foto (ad esempio per il sito, per i social media ecc.) devono rispettare quell’identità finora creata, e vanno accostate sempre in maniera armonica. Inoltre, le immagini da utilizzare nella comunicazione devono essere di qualità e accattivanti, senza ricorrere a immagini banali, viste e riviste.

Un’immagine coordinata realizzata ad hoc e con professionalità può, ad eccezione di qualche opera di restyling per far fronte ai cambiamenti di mercato e dei bisogni dei consumatori, durare a lungo nel tempo. 

Ti voglio salutare mostrandoti alcuni lavori della nostra web agency a Verona.
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