Campagne Google Ads

Campagne Google Ads

Tipi di campagne Google Ads

In questo articolo parliamo di Google Ads, la famosa piattaforma che consente di fare pubblicità a pagamento su Google, il motore di ricerca più utilizzato al mondo. 

Google Ads è uno mezzo pubblicitario indispensabile per aziende (sia grandi che pmi) e professionisti; per chi vende prodotti e per chi vende servizi. Insomma,  un eccezionale strumento  di web marketing per chiunque voglia far decollare la propria realtà online. 

Uno dei più grandi vantaggi, come vedremo più avanti, è che l’annuncio pubblicitario creato dall’inserzionista ha un costo strettamente legato alle azioni degli utenti; ovvero l’inserzionista non paga per mostrare l’annuncio, ma gli viene addebitato un costo solamente nel momento in cui un utente clicca sul suo annuncio (sistema PPC, Pay per click).

Quanti tipi di campagne Google esistono? 

Ci sono diverse tipologie di campagne Google Ads, ciascuna con caratteristiche e modalità di funzionamento proprie. Scopriamole:

Probabilmente sono le campagne Google più conosciute, e consistono in annunci
testuali che compaiono nella pagina dei risultati del motore di ricerca.

Quando un utente digita la sua ricerca (query) su Google, in risposta appaiono dei risultati;
alcuni –solitamente i primi – preceduti dalla dicitura “Annuncio”.

Sono proprio questi gli annunci di tipo “Search”; che si attivano quando l’utente
digita determinate keyword, le stesse che l’inserzionista aveva scelto per il suo annuncio.

L’annuncio pubblicitario, quindi, apparirà solamente se pertinente rispetto alla
ricerca dell’utente. 
Facciamo un esempio chiarificatore:

Marco deve installare un climatizzatore nella sua abitazione, perciò cerca su internet un’azienda della sua città che si occupi d’impianti di condizionamento. Su Google digita la sua ricerca utilizzando questi termini: “installazione climatizzatori a Roma”.

Google, in risposta, gli offre una lunga serie di risultati; il primo che compare è l’annuncio di un'azienda, la Cheroteramica, che aveva creato un annuncio Google Ads Search indicando proprio “installazione climatizzatori a Roma” come keyword per comparire tra i risultati di ricerca. Nel momento in cui Marco, reputandolo utile, clicca su quell’annuncio, all’azienda inserzionista viene addebitato un costo.

campagne google ads

Campagne Rete Display

Brevissima premessa: la rete display è un gruppo di siti web che hanno accettato di mostrare gli annunci Google. 

Una campagna Google Ads Display si manifesta attraverso annunci testuali, video o banner pubblicitari che Google mostra all’interno dei siti web appartenenti alla sua rete.

È il proprietario del sito web a decidere il tipo di formato che vuole ospitare all’interno del proprio sito. Anche qui un esempio, anche se di fantasia, sarà di aiuto più di molte parole:

Luca sta cercando un hotel a Bibione e visita il sito dell’“Hotel Bibione Palace” per informarsi su prezzi e servizi. Poi esce dal sito senza prenotare. Poco tempo dopo, Luca legge le notizie sportive sul sito della Gazzetta dello Sport (sito che fa parte della rete display di Google) e tra le varie inserzioni pubblicitarie c’è anche un annuncio dell’hotel “Bibione Palace”, accompagnato da una promozione allettante. Luca, vedendo la pubblicità, si ricorda dell’hotel e, probabilmente, tornerà sul sito per prenotare.

esempio annuncio rete display

Questo è solo un esempio di un possibile funzionamento della rete display, che è molto efficace quando si usa la strategia di “retargeting”, ovvero di rintracciamento degli utenti che avevano già visitato il sito web, come abbiamo appena visto.

Tra le campagne display ci sono anche le campagne Gmail, che mostrano gli annunci pubblicitari all’interno delle caselle di posta elettronica. Tali annunci somigliano proprio ad una e-mail, ma sono preceduti dalla dicitura “Ann.” o ”Annuncio”.

esempio annuncio
Come si vede in questa immagine, prima dell’elenco delle e-mail ricevute, c’è un annuncio pubblicitario di Postepay che ha tutto l’aspetto di una normale email e che, proprio per questo motivo, spinge l’utente a cliccarci sopra.

Campagne Google Shopping

Le campagne “Shopping” sono adatte ai rivenditori online (e-commerce) che desiderano mostrare i propri prodotti direttamente nella pagina dei risultati di ricerca di Google. Utilizzando immagini dei prodotti, prezzi e informazioni pertinenti, è possibile offrire agli utenti un’esperienza di shopping visiva ed efficace. 

Le inserzioni di Google Shopping non appaiono quindi come semplici annunci di testo, ma mostrano le immagini dei prodotti e le loro descrizioni. Generalmente sono visibili in cima alla pagina dei risultati del motore di ricerca quando l’utente digita determinate keyword (come per gli annunci Search) oppure nell’apposita tab “Google Shopping”.

I vantaggi includono un maggiore coinvolgimento degli utenti, un’esperienza di acquisto più diretta e la possibilità di raggiungere un pubblico altamente qualificato

Per questo tipo di annunci, l’inserzionista deve caricare sulla piattaforma “Google Merchant Center” i propri prodotti per pubblicizzarli.

annunci shop google

Nel nostro esempio abbiamo cercato il prodotto “frigorifero da incasso”.

Un altro esempio cercando “scarpe da trekking”:

realizzazione campagne google

Campagne Local

Le campagne locali offrono un’opportunità unica per le attività fisiche o i fornitori di servizi specifici che desiderano raggiungere direttamente gli utenti nella loro area geografica. 

Queste campagne consentono di pubblicare annunci che forniscono informazioni utili sulla propria attività, come l’indirizzo, il numero di telefono e le indicazioni stradali. 
In questo modo è possibile attrarre potenziali clienti locali e aumentare sia le visite al punto vendita che l’interesse per i servizi offerti.

Campagne Google Video

Le campagne Google video, rispetto le altre campagne, si distinguono per il dinamismo e la capacità di intrattenimento. Il più delle volte si appoggiano al famosissimo canale di YouTube.

Con l’aumento del consumo di contenuti video online, è possibile sfruttare il grande potenziale di coinvolgimento degli annunci video per promuovere il marchio, raccontare storie coinvolgenti e aumentare la consapevolezza dell’attività.

Per questi annunci, Google permette di scegliere il target cui mostrare l’annuncio per
aumentare le possibilità di ottenere conversioni, e questo tipo di advertising costa meno di altri tipi di campagne poiché vi è meno concorrenza. Esistono diversi tipi di campagne video:

  • Video discovery: costituiti da un’immagine in miniatura del video, accompagnata da un testo che invita l’utente a cliccare per iniziare la riproduzione. Il video viene quindi riprodotto sulla pagina di visualizzazione o su quella del canale di YouTube.
  • In stream: Gli annunci in-stream si dividono in “ignorabili” e “non ignorabili”. I primi vengono riprodotti prima, durante o dopo altri video ma, dopo 5 secondi, chi guarda il video ha la possibilità di saltare l’annuncio. Mentre gli annunci “non ignorabili” durano circa 15 secondi e gli spettatori, come suggerisce il nome, non possono chiudere l’annuncio.
  • Annunci bumper: sono video brevi ed incisivi della durata massima di 6 secondi. Gli spettatori non possono saltare l’annuncio.
  • Annunci outstream: gli annunci outstream sono annunci video specifici per i dispositivi mobili che vengono mostrati solo nei partner video Google. Sono riprodotti inizialmente con l’audio disattivato. Gli spettatori possono toccare l’annuncio per riattivare l’audio del video.

 

Campagne per App

Questo tipo di campagna Google, consente agli inserzionisti di promuovere le loro applicazioni mobili su dispositivi Android e iOS attraverso la rete di annunci di Google, compresa la Rete di Ricerca, la Rete Display e YouTube. È possibile raggiungere potenziali utenti interessati all’utilizzo dell’app, aumentare le installazioni e promuovere l’engagement all’interno dell’app stessa.

Campagne di Remarketing

Le campagne di remarketing di Google  consentono di raggiungere gli utenti che hanno già visitato il sito web o interagito con l’attività in qualche modo. 

Attraverso le campagne di remarketing, è possibile mostrare annunci mirati agli utenti mentre navigano su altri siti web o utilizzano app. Questi annunci possono essere personalizzati in base alle azioni o alle pagine specifiche che gli utenti hanno visitato precedentemente sul sito. Ad esempio, se un utente ha visualizzato un prodotto specifico sul sito senza però concludere l’acquisto, è possibile presentargli un annuncio personalizzato che promuove quel prodotto specifico, incoraggiandolo così a ritornare e finalizzare l’acquisto.

Inoltre, è possibile utilizzare strumenti di targeting avanzati per affinare ulteriormente il pubblico. Ad esempio, è possibile creare segmenti di pubblico basati su comportamenti specifici degli utenti, come l’abbandono del carrello degli acquisti o il tempo trascorso sul sito. Questo consente di mostrare annunci altamente pertinenti e personalizzati agli utenti che hanno maggiori probabilità di convertire.

Le campagne di remarketing di Google rappresentano quindi un potente strumento per massimizzare il ritorno sull’investimento pubblicitario, mantenendo il marchio al centro dell’attenzione degli utenti e convertendo i visitatori in clienti. 

Campagne Performance Max

Le campagne Performance Max di Google rappresentano un’evoluzione nel mondo della pubblicità digitale, poiché sfruttano il potere del machine learning per ottimizzare le prestazioni delle campagne Google Ads e aiutare gli inserzionisti a raggiungere il loro pubblico target in modo mirato ed efficace.

Queste campagne fanno uso di tutti i diversi posizionamenti offerti da Google, che includono Search, rete Display, Gmail, Discover, Shopping e YouTube.

Le Performance Max utilizzano algoritmi di machine learning avanzati per analizzare in tempo reale i dati e ottimizzare automaticamente le offerte, i budget e gli annunci per massimizzare il rendimento della campagna.

Se vuoi approfondire l’argomento, abbiamo dedicato un articolo a parte alle campagne Google Performance Max.

Vuoi promuovere la tua attività con le campagne Google Ads?

Realizzazione campagne Google

Una volta stabilito il tipo di campagna Google più adatto alle proprie esigenze, segue la fase operativa di creazione della campagna stessa. Per creare campagne pubblicitarie efficaci è necessario conoscere approfonditamente questo strumento e tener monitorati i risultati.

Gli esperti nella gestione di campagne Google Ads, infatti, hanno tantissimi parametri tra cui scegliere quando creano una campagna, scopriamo i più importanti.

Come impostare una campagna Google Ads:

  1. Definire l’obiettivo: Come prima cosa occorre indicare a Google quale obiettivo si desidera raggiungere con la campagna pubblicitaria selezionata. Gli obiettivi possono essere:
    Copertura: far conoscere la propria azienda/attività a più persone possibili.
    Traffico: portare gli utenti a visitare il sito web.
    Lead generation: ottenere i dati degli utenti (es. indirizzo e-mail).
    Vendita: portare l’utente ad acquistare i prodotti sull’e-commerce.
    Promo di App: qui l’obiettivo è far scaricare la propria applicazione agli utenti.

    Una volta scelto l’obiettivo della campagna Ads, vanno impostati altri parametri, tra cui:

  2.  Geo-targeting: si stabilisce in quali località vogliamo che sia visto l’annuncio.
  3. Segmenti di pubblico: con questo parametro, si possono intercettare le persone che hanno determinati comportamenti sul web, che consideriamo rilevanti per le nostre campagne.
  4. Metodo di pubblicazione: può essere standard o accelerato. Nel primo (che è consigliato a quasi tutti gli inserzionisti) il budget viene ottimizzato distribuendo la spesa lungo l’arco dell’intera giornata, mentre la pubblicazione “accelerata ” richiede un grosso budget da investire e serve a chi, ad esempio, vuole la massima visibilità degli annunci nelle prime ore della giornata.
  5. Budget: si stabilisce il budget giornaliero medio che si intende spendere per la campagna.

Vantaggi Campagne Google Ads

Il vantaggio principale delle campagne Google, trattandosi di pubblicità, è quello di ottenere molta visibilità. Nel caso delle campagne “search” si intercetta un bisogno dell’utente espresso in
maniera attiva tramite le sue ricerche.

Con gli annunci “search”, quindi, si ha la possibilità di comparire nelle prime pagine dei risultati Google. Anche per le altre tipologie di campagne, nonostante gli annunci compaiano in maniera più “passiva”, si ottengono ottimi risultati in termini di visibilità.
Altri vantaggi delle campagne Google Ads sono:

  • Rapidità: Le campagne si attivano in tempi brevi e si possono modificare in tempo reale. È importante, infatti, tenerle monitorate analizzando le performance, e apportare eventuali modifiche per ottimizzarle.
  • Si pagano solo i click: Grazie al sistema PPC si andrà a pagare solo se un utente clicca effettivamente sull’annuncio.
  • Ampia copertura: Essendo Google il motore di ricerca più utilizzato, si avrà la possibilità di raggiungere un enorme bacino di utenti.
  • Precisione: Gli annunci possono essere indirizzati a gruppi specifici di utenti, ad esempio persone di una specifica nazione, regione, città; affinando così il proprio target in base alle proprie esigenze di mercato.

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SEO local

seo local

Cos’è la SEO local

La SEO local è una particolare ottimizzazione per i motori di ricerca che viene fatta per migliorare la visibilità online di attività locali, cioè di quelle imprese che accolgono i loro clienti presso una sede fisica in una determinata area geografica.

A differenza della SEO tradizionale, il cui obiettivo è il posizionamento a livello nazionale o internazionale, la local SEO intercetta le ricerche geolocalizzate, che hanno un interesse specifico a livello geografico.

“Dentista a Torino”; “Ristorante a Bologna”; “Centro benessere a Livorno“; “Mobilificio a Chieti” sono alcuni esempi di ricerche che gli utenti fanno online per trovare attività/servizi nella città dove vivono o dove si trovano nel momento in cui fanno la ricerca.
Prendendo il primo esempio, una persona che sta cercando un dentista nella sua città (Torino), non si limiterà a scrivere “dentista” nella barra di ricerca di Google (a meno che non sia disposto a spostarsi in altre zone d’Italia per curare il suo sorriso) ma scriverà: “dentista a Torino”.

Si evince quindi chiaramente che stiamo parlando di una SEO particolare, lontana da ricerche generiche come “Scarpe da corsa”, utilizzate da chi sta cercando un e-commerce dove fare acquisti online e a cui poco importa che il magazzino si trovi a Roma o a Trento, visto che le scarpe gli verranno spedite a casa.

local seo

A chi si serve la SEO local

Gran parte dei servizi, in realtà, vengono ricercati all’interno della propria città e per questo motivo la SEO local risulta fondamentale per tutte quelle piccole e medie imprese che desiderano aumentare la loro visibilità online e raggiungere nuovi clienti nella loro zona.
In particolare, le aziende che dovrebbero considerare la local SEO sono quelle che erogano servizi direttamente sul posto, come:

-Ristoranti, bar e hotel
-Negozi al dettaglio
-Artigiani e professionisti
-Studi medici e legali
-Palestre, centri benessere, centri estetici

In sostanza, possiamo escludere dall’elenco solo chi vende prodotti/servizi unicamente online.
Tutti gli altri possono beneficiare della local SEO per farsi trovare in rete.

Le ricerche locali hanno subito un’impennata specialmente col la diffusione dei dispositivi mobili. Oggi basta scrivere su Google “ristoranti vicino a me” e Google offre una serie di alternative, basandosi sulla geolocalizzazione dello smartphone impiegato per la ricerca.

Come si fa la local SEO

Come si può ottimizzare la visibilità di un’azienda sui motori di ricerca a livello locale?

La local SEO è strettamente correlata a uno strumento che Google mette a disposizione gratuitamente: My Business.

Si tratta di una scheda virtuale che mostra, sia sulla Ricerca Google che su Google Maps, alcune informazioni sull’attività come: indirizzo; numeri di telefono; orari di apertura; sito web; recensioni.

Google My Business è uno strumento fondamentale per informare, aggiornare ed entrare in contatto con potenziali clienti. Oggi è anche possibile creare dei post, promuovere offerte speciali ed eventi, mostrare prodotti, rispondere alle domande frequenti degli utenti (FAQ) e alle recensioni.

google my business

Affinché la scheda My Business sia efficace, è importante completarla in tutti i suoi campi con informazioni aggiornate, scrivere una descrizione dettagliata dell’attività e dei servizi-prodotti offerti e inserire foto invitanti in alta risoluzione che mostrino al meglio la propria offerta.

Sull’argomento “recensioni”, ti rimando a un nostro articolo dedicato agli hotel, ma che è valido per qualsiasi attività che voglia gestire al meglio la propria reputazione online.

I 3 criteri della SEO local

Quali sono i fattori che influiscono sul ranking locale sui motori di ricerca?

Scopriamo come Google restituisce i risultati di ricerca, e per farlo prendiamo come esempio la ricerca per la parola chiave: “Idraulico a Vicenza”.

Ovviamente, a Vicenza ci saranno diversi idraulici distribuiti tra il centro città e la provincia. Quali sono quindi i primi risultati che Google mostrerà per questa ricerca?

Google misura tre parametri:

  1. Distanza: ovvero la posizione geografica dell’attività rispetto all’utente che sta effettuando la ricerca. Google utilizza la localizzazione del telefono dell’utente per mostrare le attività più vicine a lui.
  2.  Rilevanza: è la corrispondenza tra l’azienda e la ricerca effettuata dall’utente. Google analizza vari elementi per determinare la pertinenza dell’attività, come la completezza del profilo, le categorie, le parole chiave usate nella descrizione e nelle recensioni.
  3. Prominenza, si riferisce alla visibilità online dell’attività rispetto ai competitor presenti nella stessa area geografica. La prominenza dipende da diversi fattori, tra cui: la quantità e la qualità delle recensioni; la popolarità dell’attività online e offline; la presenza sui social media e la quantità di link in entrata.

Google, come accade per la SEO tradizionale, accede quindi ad un’ immensa mole di dati per fornire all’utente le migliori risposte.

Se per la distanza non c’è molto che si possa fare, si può lavorare sugli altri due parametri per aumentare le probabilità che la scheda venga visualizzata nei primi risultati di ricerca e nelle mappe di Google.

 

mapa ricerche google

Vantaggi della Local SEO

Le conseguenze che derivano da un’ottimizzazione local sui motori di ricerca sono:

  • Maggior visibilità online
  • Aumento delle visite alla sede fisica dell’attività
  • Farsi conoscere da nuovi potenziali clienti

 Inoltre, le ricerche locali hanno un più alto tasso di conversione di quelle più generiche perché essendo più circoscritte vanno ad intercettare un pubblico specifico.

Ad esempio, un avvocato di Segrate avrà alte possibilità di essere contattato perché si trova a competere con altri avvocati di quella zona e non con gli avvocati di tutt’Italia.

Un’ultima precisazione per la categoria hotel: possedere una scheda My business è un requisito indispensabile per attivare le campagne Google Hotel Ads.

Conclusioni

In questo articolo ci siamo concentrati su Google My business perché è senz’altro il primo importante tassello per farsi trovare online.

Non è necessario possedere un sito web per avere una scheda; nel caso di alcune attività (es. parrucchiera) potrebbe non avere nemmeno senso un sito web, ma per altre aziende la presenza di un sito (fondamentale sia mobile friendly) può aiutare il posizionamento.
A quel punto si potrà fare SEO sul proprio sito web, blog o landing page andando ad utilizzare parole chiave che includano il nome della città dove si svolge l’attività.

Google my business dà infine anche la possibilità di analizzare i dati come le parole che utilizzano gli utenti per trovare l’attività, le chiamate ricevute, le visite al sito ed altri ancora, che possono aiutare a comprendere meglio la propria target audience ed i loro bisogni/abitudini.

In un’epoca come questa, in cui le persone utilizzano Google come un tempo utilizzavano le Pagine Gialle, non ottimizzare la scheda My business equivale a rimanere nell’ombra.

Ottimizza la tua presenza online

Restyling logo

restyling logo

Restyling logo, cos’è

Il restyling di un logo consiste in una “rinfrescata” al logotipo aziendale e, di conseguenza, all’intera visual identity.
Il restyling del logo permette di dare nuova visibilità all’azienda, specialmente nei casi in cui il logo non sia più competitivo o risulti obsoleto, non in linea con i tempi e con le nuove esigenze di mercato.
Rinnovare il look di un brand aiuta quindi a riposizionare un marchio e ottimizzare la percezione che gli utenti hanno di esso.

Modalità di restyling

L’immagine aziendale può subire una trasformazione drastica e rivoluzionaria, con cambiamenti radicali che avranno un forte impatto nel consumatore, oppure può avvenire in maniera più conservativa, blanda e graduale, quasi impercettibile agli occhi dei non addetti ai lavori.

Il primo caso viene adottato quando si desidera comunicare a gran voce il cambiamento; magari perché ci sono novità importanti all’interno dell’azienda e si vuole trasmettere questa trasformazione e i nuovi valori che l’accompagnano; oppure perché il logo precedente risultava poco incisivo e andava sostanzialmente rifatto.

Nel secondo caso, invece, ci si limita ad adeguare il logo alle nuove tendenze e sono necessari pochi ritocchi grafici per renderlo più fresco e attuale.
Del resto, il mondo è in continuo cambiamento e muta anche ad un ritmo serrato, pertanto è davvero difficile che un logo, presto o tardi, non subisca delle modifiche. Per questa ragione, le aziende sono chiamate a rispondere a queste evoluzioni con elasticità, per allinearsi con i gusti dei consumatori e rimanere competitive nel tempo.

restyling google

Google ha modificato il logo negli anni, di volta in volta in maniera impercettibile.

Differenza tra restyling e rebranding

Breve ma importante precisazione: restyling e rebranding non sono sinonimi. L’attività di rebranding, infatti, va oltre la grafica ed è un percorso più complesso che l’azienda intraprende per ridefinire la percezione dei propri prodotti o servizi.
 In questo caso non si mettono all’opera solamente i grafici ma sono coinvolte più figure professionali che studiano la nuova strategia di marketing e di riposizionamento. In questo processo c’è sì il restyling del logo, ma seguono molti altri interventi.

Alcuni dei casi presentati in questo articolo hanno una storia che non si limita al restyling del logo aziendale, ma che hanno subito un vero e proprio rebranding. In ogni caso, qui ci limiteremo a prendere in considerazione solo l’aspetto visivo e quindi le varie evoluzioni dei loghi.

Il tuo logo ha bisogno di un restyling?

Perché fare un restyling del logo

Come abbiamo anticipato, possono esserci diversi motivi alla base della decisione di modificare il logotipo aziendale. Potrebbe essere necessario un restyling del marchio a seguito di un mutamento dei servizi/prodotti offerti; potrebbe essere variato il target di riferimento; si vuole mostrare un’evoluzione tecnologica o legata alla sostenibilità o semplicemente c’è bisogno di rilanciare l’immagine aziendale.

Analizziamo con degli esempi i 4 motivi più comuni alla base del restyling logo:

1. L’immagine dell’azienda è fuori moda 

Questo è il caso più comune di restyling del logo. L’azienda ha bisogno di modernizzarsi e adattarsi alle nuove modalità comunicative. Per seguire le tendenze e rimanere sempre contemporanei, è necessario rinnovare ciclicamente il proprio marchio. Non si tratta di rivoluzionare il logo, a volte bastano piccoli ritocchi per dare una ventata di freschezza.

In seguito al boom del settore elettrico e della digitalizzazione delle auto, ad esempio, le case automobilistiche hanno compreso che i loro loghi non erano più in linea con le nuove tendenze del mercato.
Ci sono numerosi esempi recenti che vedono il passaggio dal classico logo tridimensionale con effetto cromato ad un flat design con il logo più minimal e grafico.

 

loghi automobili

Dal logo tridimensionale ad un design o più moderno e minimal.

2. Il brand ha una cattiva reputazione

Capita anche alle migliori aziende di commettere un passo falso nella strategia di marketing, finendo col ritrovarsi immischiate in brutte faccende e subire la cosiddetta bad reputation
Un restyling del logotipo è d’obbligo, anche se in questi casi è necessario un intervento di rebranding e quindi un cambiamento più sostanziale. Un noto caso di questo tipo è quello della Philip Morris, una delle aziende più importanti nell’industria del tabacco. 

Quando l’azienda decise di espandere il proprio mercato in altri settori, come quello vinicolo, capì di non godere di una buona reputazione a causa dell’associazione alle sigarette. Per scrollarsi di dosso quell’immagine, non si limitò ad un restyling ma creò addirittura un nuovo marchio: l’ Altria Group.

3. In seguito a fusioni, scissioni o acquisizioni 

Questi sono altri casi comuni per cui viene effettuato un restyling del logo. Nel caso della fusione tra due aziende, il più delle volte la scelta cade sul mantenere parte dell’immagine di entrambe le aziende. Mentre nel caso di acquisizioni si dà priorità all’immagine dell’azienda che ha acquistato. 

Il logo di WINDTRE, azienda nata dalla fusione delle compagnie telefoniche Wind e Tre, vede la perfetta combinazione delle due immagini preesistenti, conservando il segno distintivo di entrambe le compagnie e uniformando il tutto con il medesimo stile grafico. Inoltre si è mantenuto il colore arancio come elemento di continuità.

Un’altro esempio storico è quello di Boeing che nel 1996 acquistò la McDonnel Douglas, azienda orientata al mondo spaziale, cercando di acquisire il loro know how e la loro tecnologia per portarle sugli aerei di linea. In questo caso, il simbolo della McDonnel Douglas venne mantenuto e unito alla scritta Boeing.

4. L’azienda si vuole riposizionare sul mercato

Ci sono poi dei casi in cui l’azienda non vuole semplicemente cambiare la propria visual identity ma vuole cambiare approccio aziendale, o aprirsi a nuovi mercati o verso nuovi Paesi. In questi casi, per fare il restyling bisogna rimuovere eventuali elementi o richiami che confinano l’azienda all’interno di un determinato settore.

Un recente caso di questo tipo riguarda Meta, l’azienda che racchiude al suo interno un ecosistema di marchi e prodotti nati, acquisiti o finanziati da Mark Zuckerberg sotto il nome di Facebook.
L’esigenza era quella di mettere a capo di questi prodotti un logo che li racchiudesse in uno unico. Il simbolo dell’infinito rappresenta orizzonti futuri e nuove possibilità. Unico filo conduttore col logo precedente, il colore blu.

Mentre Barilla, per il suo 145° anniversario, ha deciso di cambiare logo e packaging in maniera abbastanza radicale per evidenziare la nuova strada intrapresa verso la sostenibilità. 

L’azienda, infatti, ha messo in campo alcune importanti iniziative come la rimozione della finestrella in plastica dalle confezioni della gamma Barilla Classica, per ridurre l’uso di questo materiale; e le nuove confezioni sono prodotte con cartone proveniente da foreste gestite responsabilmente, completamente riciclabili. 

Questi cambiamenti all’interno dell’azienda si sono rispecchiati anche in una nuova visual identity: è sparito il colore blu dal logo, ora sostituito da un rosso intenso che diventa il colore dell’intero packaging. Anche il font è diventato più solido ed è accompagnato dalla data di fondazione per sottolineare la storicità del brand.

nuovo logo barilla

Nuovo logo e nuovo packaging Barilla

Restyling logo: come si fa

Il logo è l’elemento grafico più importante dell’intera identità visuale di un’azienda, che si riflette su tutta limmagine coordinata.

Quando, per uno dei vari motivi che abbiamo visto, si decide di ridisegnare o ritoccare il logotipo, la prima cosa da fare è ricercare i punti deboli del marchio, per poterlo poi cambiare in modo coerente con quella che dovrà essere la nuova visione aziendale.

Ridefinire il design di un’azienda può avere molti vantaggi ma bisogna prendere in considerazione diversi fattori nella fase di analisi; come il mercato in questione.
Esistono, infatti, settori che si basano su concetti di tradizione e stabilità, pertanto non potranno essere trattati come quelli in cui dominano concetti di cambiamento, innovazione e flessibilità.
Una banca, per fare un esempio, deve saper trasmettere sicurezza, anche attraverso la scelta del colore e del font, e non può rischiare di rivoluzionare la propria immagine compromettendo questo concetto di stabilità. Ci vorrà quindi molta cautela.

Esistono invece altri settori, come quello dei media, rivolti al mondo dei giovani, che devono mutare spesso la propria immagine, mantenerla sempre viva, al passo con i tempi.
Quindi è fondamentale conoscere il mercato di riferimento, le sue necessità e il suo target, per creare un restyling giusto.

L’operazione non è sempre semplice: ci sono casi in cui il restyling del logo non ha avuto molto successo, probabilmente perché non si è dedicata la giusta cura alla fase di analisi. È il caso di Kraft e quello di Mastercard che si sono viste costrette a tornare al loro logo originale in breve tempo.

L’azienda e i designer dovrebbero tener conto anche del legame emotivo che i clienti hanno con il vecchio marchio per stabilire quanto è possibile sbilanciarsi con la trasformazione.


Esempi di restyling della nostra Agenzia

Desidero chiudere questo articolo con alcune immagini dei restyling loghi di cui si è occupata la nostra agenzia. 

loghi prima e dopo

Il tuo logo ha bisogno di un restyling?

Lead magnet

lead magnet

Lead magnet cosa significa

Con il termine inglese lead, nel mondo del marketing, ci riferisce ad un potenziale cliente. Mentre magnet significa calamita. 

Nel concreto, un lead magnet è un contenuto gratuito che viene offerto al potenziale cliente in cambio dei suoi dati, principalmente l’indirizzo e-mail.

Ti stai forse chiedendo perché un’azienda dovrebbe raccogliere gli indirizzi di posta elettronica di questi possibili clienti (nel gergo tecnico, fare lead generation)?

Beh, se hai un’azienda o sei un professionista che vende servizi e ti stai facendo questa domanda, ti consiglio di leggere il nostro articolo dedicato all’e-mail marketing.

Se vogliamo però concentrare la risposta qui in poche righe, possiamo dire che acquisire i contatti di potenziali clienti serve a:

-far conoscere l’azienda, i suoi prodotti e servizi;
-comunicare ed imprimersi nella loro mente;
-mostrarsi competenti in materia e quindi credibili e degni di fiducia;
-riservare offerte speciali per aumentare la fidelizzazione. 

Insomma, non cose da poco per un brand!

Cosa c’è di magnetico?

Abbiamo appena visto l’importanza per un brand di acquisire nuovi contatti ed accrescere la propria mailing list. 

Ora vediamo come si fa nella pratica, concentrandoci sulla cosa più importante di un lead magnet: il suo magnetismo, la sua capacità attrattiva.
Ci vuole una calamita potente per attirare nuovi contatti.

Un semplice sconto in cambio dell’indirizzo e-mail non è la strada migliore da percorrere. Lo so, sembra la più facile e rapida ma ti assicuro che non è quella più giusta.

Come abbiamo ribadito più volte, ad esempio nell’articolo di brand strategy o in quello sul tone of voice, ogni brand ha un suo pubblico specifico che deve conoscere a menadito. 
Se l’azienda ha chiaro chi è il suo destinatario saprà anche a cosa è interessato, che bisogni ha e quindi cosa gradirebbe come omaggio. 

È come quando si tratta di fare un regalo ad un amico stretto che conosciamo dall’infanzia: non è la stessa cosa che doverlo fare ad un nuovo amico, poco più che conoscente. Nel primo caso andremmo a colpo sicuro, certi di soddisfare i suoi gusti, mentre nel secondo caso rischieremmo di sbagliare regalo.

Persone diverse, gusti e bisogni diversi.

Nel nostro caso, se l’azienda non confeziona un buon magnete (omaggio) non riceverà in cambio il tanto agognato indirizzo email.

Ad esempio, un e-commerce che vende scarpe in pelle potrebbe invitare a scaricare una guida pdf con suggerimenti utili per la pulizia e la manutenzione di questo delicato materiale.

Quindi, fondamentale che il magnete sia di qualità per il nostro pubblico. Più siamo specifici e  confezioniamo l’omaggio ad hoc pensando alla nostra target audience e più avremo la possibilità non solo di ricevere tanti nuovi contatti, ma contatti “buoni”, cioè di persone realmente interessate, più vicine al brand.

Questa scrematura è parte del processo di lead generation. Non si punta mai ad un pubblico generico e massivo ma alla propria sfera, solamente al pubblico interessato. Il resto è perdita di tempo ed energie.

Riassumendo, un buon lead magnet è:

  • Specifico
  • Di valore
  • Gratuito
calamita

Dove inserire il lead magnet?

Se parliamo di marketing online, la risposta più ovvia è: sul sito web, magari attivando una finestra  pop-up, oppure creando una pagina web specifica per l’acquisizione di contatti, chiamata in gergo tecnico squeeze page.

La squeeze page è una speciale landing page (pagina di atterraggio) creata apposta per invitare l’utente a scaricare il contenuto omaggio. È il “luogo” dove avviene lo scambio omaggio-contatto.

Le squeeze page solitamente vengono promosse attraverso campagne pubblicitarie sui social. Entrambi gli strumenti (pagina e relative campagne) vanno costruite mettendo in luce il chiaro vantaggio per l’utente.

Modulo acquisizione contatti di una nostra squeeze page e relativa campagna pubblicitaria su Facebook. 

Hai bisogno di acquisire nuovi contatti per la tua attività?

Consigli per un buon lead magnet

Veniamo ora a qualche consiglio in pillole per creare un lead magnet di successo:

Offri qualcosa che i tuoi competitor non offrono. Cura bene la tua offerta, dev’essere percepita come rara, utile e introvabile altrove (proprio come dovrebbe figurarsi il tuo brand nella mente del tuo target).

Fai una promessa…e mantienila: conosci il tuo target, i suoi bisogni o problemi. Quindi scegli un suo problema-tipo e, attraverso il lead magnet, aiutalo a risolverlo. Ma solo in parte: non vorrai regalargli tutto vero?
Ricorda, infatti, che il magnete è un “assaggio”; serve ad attirare l’utente verso il tuo brand ma la fase successiva dev’essere l’acquisto.

-Curare la grafica: l’occhio vuole la sua parte. Sì a grafiche accattivanti e in linea con la brand identity. 

Esempi di calamite

I lead magnet più utilizzati sono:

  • Corso, video corso, webinar: ideali per chi offre servizi, possono essere spediti a puntate o in un unica soluzione e, nel caso dei webinar, seguiti in diretta.
  • Check list precompilata es. “La lista delle cose da mettere in valigia”; un’idea per un hotel o un’agenzia di viaggi.
  • Demo gratuita,  ideale per prodotti come software o app.
  • E-book versione pdf scaricabile o estratto di un libro più lungo.
  • Gadget o campioni gratis per chi vende prodotti
  • Coupon sconto o spedizione gratuita per gli e-commerce
  • Catalogo prodotti
  • Guide, itinerari o mappe gpx
  • Test o quiz

Lead magnet e Gdpr

Una volta acquisiti i lead, bisogna ottenere il loro consenso per proseguire con le comunicazioni. Per non incorrere in sanzioni da parte del Garante della privacy per un utilizzo inopportuno delle liste di contatti, è bene ricordarsi di applicare alcune regole.

Quando si invita l’utente a scaricare l’omaggio, si deve inserire un campo dedicato al consenso al trattamento dei dati. 

Questa casella non può essere preflaggata e se l’utente non clicca sulla casellina il download del lead magnet non si avvia.

L’utente può quindi decidere se dare o meno il consenso, ma senza di esso non potrà accedere alla risorsa gratuita.

Il GDPR prevede che il consenso al marketing, per essere valido deve essere:

  • Specifico: serve un consenso specifico per ogni finalità per cui e dati personali vengono trattati.
  • Libero, ovvero non condizionato.
  • Revocabile in ogni momento. Deve essere sempre presente la pagina di disiscrizione ogni volta che si invia una comunicazione.
La materia del trattamento dati è in continuo aggiornamento, ma è importante essere sempre ben informati prima di iniziare una campagna di lead generation ed assicurarsi di rispondere a tutti i requisiti necessari. 

Vuoi creare una campagna di lead generation?

Core Web Vitals

core web vitals

Google Core Web Vitals: cosa sono?

I Core Web Vitals sono le più recenti metriche introdotte da Google per valutare l’esperienza degli utenti (user experience o UX) sui siti web. Questi parametri servono a scoprire se le persone interagiscono con le pagine di un sito in maniera semplice e appagante.

I Web Vitals di Google vanno ad aggiungersi agli altri fattori SEO (usabilità sui dispositivi mobili, protocollo HTTPS, velocità di caricamento della pagina e altri), diventando anch’essi determinanti per il posizionamento di un sito web.

Ricordiamo che Google è da anni che misura l’efficienza dei siti web. Dal 2010, ad esempio, ha cominciato a considerare la velocità come elemento per valutare la user experience. Negli anni ha affinato sempre più le sue metriche e i suoi algoritmi andando ad indagare via via nuovi aspetti. Quello di Google è un lavoro in continua evoluzione: man mano che raccoglie dei dati, si prepara a misurarne di nuovi.

Perché Google ha introdotto i Core Web Vitals?

Forse ti starai chiedendo: perché Google è così interessato a misurare e comprendere l’esperienza degli utenti online?
Perché l’obiettivo di Google è sempre stato quello di rendere la ricerca di informazioni un’esperienza semplice e soddisfacente per le persone.

In altre parole, gli utenti devono trovare velocemente risposte chiare ed esaustive alle loro domande. Questo fa sì che gli utenti continuino ad utilizzare Google come strumento per le loro ricerche in rete. Pertanto, Google premia i siti web più performanti ponendoli in cima ai risultati di ricerca.

seo

Solo per fare un esempio, consideriamo il fattore velocità: immaginiamo un sito web ricco di contenuti utili ma lento a caricare. Questa lentezza causerà l’uscita dal sito da parte degli utenti perché le persone vogliono trovare risposte velocemente, non sono disposte ad aspettare a lungo che la pagina si carichi. 

La loro pazienza non va, in media, oltre i 3 secondi; superare questo limite significa perdere molto traffico. Questo si traduce poi in un problema per il proprietario del sito, ma anche per Google che interpreta la ripetuta azione degli utenti (abbandono del sito) come un segnale negativo che gli indica che quel sito non è utile, e quindi non meritevole di trovarsi tra i primi risultati di ricerca.

In definitiva, Google vuole aiutare le persone che si rivolgono alla sua piattaforma per trovare informazioni. I siti web che danno una risposta chiara, rapida e che offrono una navigazione semplice e intuitiva saranno considerati i migliori.

Ora che abbiamo ricordato quali sono gli obiettivi di Google, entriamo nel vivo dell’articolo e scopriamo quali sono i web vitals.

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Web vitals: quali sono?

I Core web vitals, attualmente, sono 3:

1) LCP: misura la velocità di caricamento del contenuto principale della pagina. Questo parametro (Largest Contentful Paint) indica quanto tempo impiega l’elemento più grande della pagina (può essere un’immagine oppure un video) a caricarsi sul display dell’utente (sia su desktop che su dispositivi mobili!). 

Più aumenta il tempo di caricamento, superando i 2,5 secondi entro i quali la velocità è considerata buona, e più aumenta la possibilità che l’utente abbandoni il sito. Questo si traduce in un’alta frequenza di rimbalzo e, conseguentemente, in un basso tasso di conversione. Ancora una volta, Google ci ricorda che la velocità di caricamento è un aspetto fondamentale; se trascurata rischia di minare ogni strategia SEO in atto.

2) FID sta per First Input Delay e misura il tempo che passa tra la prima interazione dell’utente sul sito (es.click su un bottone o il click su un link) e la risposta del browser a quell’azione. Buone tempistiche sono quelle entro i 100 millisecondi, superati i quali cresce la tendenza delle persone ad abbandonare la pagina, e se si superano i 300ms si rischiano vere e proprie penalizzazioni.

AGGIORNAMENTO: Da marzo 2024 Google ha introdotto un nuovo parametro chiamato INP (Interaction to Next Paint) che sostituisce quello FID e che analizza la latenza di tutte le interazioni dei visitatori sul sito web.

3) CLS: misura la stabilità visiva della pagina. Immaginate di voler cliccare su un elemento di una pagina web, ad esempio un bottone, ed improvvisamente questo si sposta e vi fa cliccare su un elemento che a voi non interessava. L’esperienza di navigazione non sarà certo positiva e questo Google lo sa. Ecco perché ha introdotto il Cumulative Layout Shift, che misura quanto una pagina web è graficamente e visivamente stabile. Se ci sono elementi del layout (testi, box, immagini) che si muovono in maniera imprevista e indesiderata, verrà attribuito un punteggio basso al CLS.

I web vitals, come abbiamo detto all’inizio di questo articolo, non saranno gli unici fattori a influenzare il ranking, semplicemente si aggiungeranno a quelli utilizzati finora da Google.
Google continuerà a valutare come elemento primario i contenuti, premiando le pagine con le informazioni più interessanti e pertinenti.
Ma, tra due siti con contenuti di pari qualità, sarà l’esperienza utente a fare la differenza sul posizionamento della pagina nei risultati di ricerca.

I Core Web Vitals sono un’ottima occasione per migliorare le performance del proprio sito sia a livello di SEO che di UX.

Per misurare i Core Web Vitals si può utilizzare questo tool gratuito. Una volta individuati i problemi, il consiglio è di rivolgersi ad un professionista in grado di intervenire sulle problematiche per non perdere traffico e opportunità di conversione.

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Inbound-marketing

inbound-marketing

Inbound-marketing significato

L’inbound-marketing, letteralmente marketing in entrata, è un’articolata strategia per attrarre, convertire e fidelizzare la propria nicchia di clienti attraverso un percorso strutturato che tiene conto dei loro bisogni, problemi, abitudini.

I concetti chiave alla base di questo approccio, e di cui terremo conto in questo articolo, sono:

  • Target clienti specifico
  • Osservazione, ricerca e metodo
  • Contenuti di valore

L’inbound marketing, innanzitutto, non si rivolge alla massa ma ad un preciso target di potenziali clienti che l’azienda ha precedentemente individuato, dedicando del tempo a studiarne esigenze, abitudini, linguaggio, comportamenti e segmentando questo target in sottocategorie per scavare ancor più in profondità.

A cosa serve tutto questo studio? Ad entrare in connessione col proprio pubblico e orientare la comunicazione verso quelli che sono i loro interessi e bisogni, rispondendo con contenuti utili e di qualità, che hanno un valore per quelle persone.

L’inbound-marketing, infatti, parte dall’assunto che le persone oggi sono stanche di essere bombardate da messaggi pubblicitari. Vogliono essere ascoltate e capite. Ecco perché questa strategia dà tanto peso ai contenuti.

Nel marketing inbound, l’azienda mira a diventare un punto di riferimento; una realtà autorevole che vale la pena ascoltare e che, in modo naturale e trasparente, riesce ad attrarre clienti instaurando un rapporto di fiducia.
Una visione moderna completamente diversa da quella più tradizionale dell’outbound marketing.

target audience

Inbound e outbound marketing

Che differenza c’è tra inbound e outbound marketing? Ebbene, si tratta di due strategie molto diverse tra loro, non solo per gli strumenti di cui si avvalgono ed il tipo messaggio che veicolano, ma soprattutto per l’approccio. È l’intera visione del rapporto azienda-cliente ad essere diversa.

L’outbound marketing cerca di raggiungere i clienti attraverso annunci pubblicitari invasivi, come: spot tv e radio; telemarketing; pop-up; annunci; pubblicità su YouTube; volantini pubblicitari e cartellonistica.

Ma non è tanto il canale a distinguere l’outbound marketing dall’inbound marketing ma il modo in cui questi canali vengono usati.

Le attività outbound irrompono nella vita delle persone, tentando forzatamente di ottenere la loro attenzione, incuranti dei loro bisogni o esigenze.
È un tipo di marketing, inoltre, che si rivolge indistintamente alla massa, non ad un pubblico ben delineato e tutto questo fa oggi dell’outbound marketing una strategia superata, che stride con le nuove abitudini dei consumatori. Oggi, infatti, le persone sono:

  • Consapevoli: si rendono conto di come funziona la pubblicità e dei meccanismi su cui fa leva.
  • Autonome: con l’avvento di internet, le persone hanno imparato a cercare autonomamente le risposte ai loro bisogni. Non subiscono più passivamente, ma sanno perfettamente come e dove cercare.
  • Desiderano esperienze personalizzate. Grazie alla consapevolezza acquisita, le persone oggi non vogliono più sentirsi un numero e non gradiscono messaggi generalizzati, anzi premiano le aziende che dimostrano di conoscere davvero i loro problemi e che parlano loro con trasparenza e coinvolgimento.

Insomma, le persone sono sature di messaggi commerciali che interrompono fastidiosamente le loro attività senza chiedere il permesso. Al contrario, vogliono essere padroni del loro tempo, ascoltare solamente chi ha qualcosa di interessante da dirgli. Non sanno che farsene di messaggi urlati alla tv o da telefonate ed e-mail invadenti inviate senza il loro consenso (tant’è che sono nati i filtri antispam o i vari servizi per bloccare le telefonate indesiderate).

L’outbound marketing, salvo alcune eccezioni, oggi presenta quindi gravi lacune che finiscono per produrre l’effetto contrario di quello desiderato, allontanando cioè potenziali clienti. 
Altra pecca di questa strategia è la difficoltà a tracciare i risultati e misurare il ROI.

outbound marketing

L’inbound marketing, come abbiamo già anticipato, si fonda invece sulla conoscenza del target e struttura una comunicazione mirata e circoscritta offrendo valore, cioè qualcosa che interessa davvero quel pubblico. Ne consegue un traffico qualificato, con lead di alta qualità, che sono quelli che hanno più probabilità di acquistare proprio perché interessati.

Riassumendo: l’outbound marketing non chiede il permesso, fa irruzione nella vita delle persone, senza presentarsi o domandarsi cosa desidera realmente il pubblico. È il caso delle aziende che parlano di sé e dei loro prodotti/servizi sperando così di attirare l’attenzione.
Nella strategia inbound, al contrario, l’azienda prima ascolta e poi parla al potenziale cliente e, poiché lo conosce molto bene, gli dice cose che lo interessano davvero.

inbound e outbound marketing

Rapporto tra inbound-marketing e content marketing

Ma, come funziona l’inbound marketing? Cosa deve fare nel concreto un’azienda per porsi con autorevolezza alla propria target audience e far sì che questa, spontaneamente, come naturale conseguenza, entri in contatto e in sintonia con essa?

Attraverso, innanzitutto, contenuti ad hoc come articoli di blog, video, podcast e infografiche (in una parola sola: content marketing) che rispondono alle loro domande o problematiche. Contenuti educativi, coinvolgenti, utili, informativi che, con trasparenza e senza inutili giri di parole, aiutano il potenziale cliente a risolvere un problema.

Un esempio di fantasia:

L’azienda X produce farine per celiaci. Il suo pubblico ha un problema: riuscire a ottenere preparazioni culinarie, come torte e pizze, con le farine gluten free.

Caliamoci nei panni di una persona che ha scoperto da poco di essere affetta da questa patologia e che si ritrova a dover riorganizzare il suo stile di vita alimentare. Ora, con le farine prive di glutine, le ricette che prima seguiva non danno gli stessi risultati. Questo causa anche uno spreco di ingredienti e di tempo. Quello che gli servirebbe è una guida che gli insegni ad utilizzare al meglio queste farine particolari e diverse.

Se l’azienda X, empaticamente comprende il problema, potrebbe creare una guida che sarà un vero e proprio faro nella vita del suo potenziale cliente, il quale molto probabilmente sceglierà questa azienda in mezzo a tante altre proprio per il valore offerto, per aver parlato a lei, al suo problema cercando di risolverlo non solo attraverso un prodotto (le farine) ma con quel “qualcosa in più” inatteso che però fa tutta la differenza, influenzando il processo di acquisto ma anche la percezione del brand e il senso di fiducia verso di esso.

Che questa guida sia cartacea o venga prodotta sotto forma di pdf da scaricare, come articolo sul blog aziendale, come serie di consigli inviati tramite newsletter, come video, webinar, podcast non ha importanza (se non quella di individuare il canale più utilizzato da quel target).

Non è lo strumento a distinguere l’outbound marketing dall’inbound marketing ma l’utilizzo che se ne fa.

Creo un video per parlare di me, della mia azienda, dei miei prodotti? Allora sto mettendo in campo una strategia di tipo outbound. Uso, invece, il video come strumento per rispondere alle domande e ai problemi del mio potenziale cliente, senza urlare quello che faccio e che vendo? Allora questo è inbound marketing.

Un tipo di approccio, quest’ultimo, che si muove con più cautela e che non ha fretta di andare subito al punto, ma che si prende del tempo per intercettare e comprendere i problemi degli utenti, proponendo delle possibili soluzioni con dei contenuti utili e gratuiti. Solamente in un secondo momento, e sempre con le dovute accortezze, propone il prodotto/servizio. E non è finita qui perché, conclusa la vendita, ci si prende ancora cura del cliente acquisito per fidelizzarlo nel tempo. Insomma, si segue esattamente il percorso suggerito dal funnel marketing.

inbound marketing funnel

Strategia inbound marketing e strumenti

Nonostante non sono gli strumenti di comunicazione a fare la differenza tra i due approcci, vorrei ugualmente sintetizzare quelli che solitamente vengono utilizzati nella strategia inbound marketing, ognuno con varie sfaccettature di utilizzo a seconda della fase del funnel in cui viene usato.

Facciamo prima un passo indietro, ricollegandoci proprio a questo concetto.

L’inbound marketing funnel prevede che un utente sconosciuto compia un percorso preciso (fatto ad imbuto) prima di acquistare.

Le persone, infatti, difficilmente acquistano subito dopo essere atterrati su un e-commerce o dopo aver visto un annuncio. Hanno bisogno di più tempo; ecco perché, come dicevo qualche riga fa, l’inbound marketing è un approccio più lento, più calcolato e ragionato.

L’inbound-marketing segue l’utente in tutte le azioni e micro-azioni che lo conducono all’acquisto ed oltre (fidelizzazione) e che sono: attrarre-convertire-chiudere-deliziare.

Ognuno di questi step si avvale di alcuni strumenti, in gran parte digitali. Scopriamoli, finalmente:

1)Attrarre

 In questa prima fase si cerca di portare utenti sconosciuti (ma profilati!) ad entrare in contatto con la propria azienda. Gli strumenti qui coinvolti sono:

  • Sito web: per far conoscere l’azienda e i suoi prodotti/servizi. Il sito web è un importante biglietto da visita (e non solo); per questo è importante sia piacevole e veloce da navigare, e che abbia altre caratteristiche che ne fanno un alleato vincente nella vendita.
  • Blog: il blog aziendale è un’ottima soluzione per proporre contenuti utili e consigli sotto forma di articoli.
  • Social media: attraverso i post si può coinvolgere, ispirare l’utente e stimolarlo ad entrare a fare parte della communityIn questo caso ci riferiamo ai post organici, che le persone decidono di seguire spontaneamente, e non degli annunci che, specie se non pertinenti ai loro gusti e interessi, interrompono fastidiosamente le loro attività sui social.
  • SEO: attrarre significa anche sapere quali parole chiave gli utenti usano online per cercare prodotti e servizi come quelli che l’azienda propone. Tramite la SEO o annunci Google Ads pertinenti si fa in modo di farsi trovare facilmente online.

2)Convertire

Convertire significa, in questo caso, trasformare i visitatori che abbiamo appena attratto, in contatti (lead). Qui entrano in campo:

  • Content marketing.  Tutti quei contenuti utili e gratuiti come guide, podcast, webinar, tutorial (lead magnet) che si possono mettere a disposizione degli utenti in cambio dei loro contatti, per costruire una lista di utenti interessati al brand e per tenersi in relazione con loro. Attenzione: il contenuto non dev’essere solamente gratuito ma anche e soprattutto di qualità.
  • Landing page.  Anche questo strumento è utile per ottenere i dati del potenziale cliente, tramite la compilazione di un form di contatto. In questo caso potrebbe lasciare la sua e-mail per iscriversi alla newsletter o per ottenere una demo, un codice sconto o altro ancora, a seconda dell’azienda e dei suoi servizi.

3)Chiudere

Nella fase di “chiusura”, cioè di trasformazione dei lead in clienti, si fa uso soprattutto del flusso di e-mail, inviate in modo automatizzato e che servono a mantenere l’utente costantemente aggiornato. Si deve far in modo che egli non perda l’interesse, continuando a inviargli materiale come consigli, ma anche qualche offerta o incentivo personalizzati che lo spingano all’acquisto.

4)Deliziare

Ultimo step: deliziare. Come anticipato, il funnel non termina con la vendita ma ha come obiettivo ultimo la fidelizzazione e magari anche a far sì che questi clienti ripetitivi diventino dei sostenitori del brand, consigliandolo ad amici e conoscenti.

E come si fa a deliziare? Anche qui col l’invio di newsletter e offerte personalizzate in base ai loro gusti e abitudini (segmentazione del pubblico); sconti per il compleanno o altre occasioni speciali, attività sui social media, nonché offrire un eccellente servizio clienti e inviando sondaggi e questionari di gradimento per ottimizzare le proprie attività.

marketing inbound

Due importanti osservazioni:

-Ogni strumento digitale può essere misurato, monitorando alcuni KPI (indicatori chiave di prestazione). Grazie a queste preziose informazioni si può aggiustare e migliorare la strategia inbound in ogni momento.

-La richiesta del consenso. Come abbiamo detto, l’inbound marketing non è “invadente” ma si fonda sulla libertà e il rispetto dell’utente. Perciò bisogna chiedere sempre il suo consenso quando si iscrive alle newsletter, compila un form o scarica materiale e dare la possibilità in ogni momento di disiscriversi dalla lista di contatti.

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inbound-marketing?

Vantaggi dell’inbound-marketing

Quali sono i vantaggi di una strategia di inbound marketing? Innanzitutto, aiuta ad aumentare il traffico al sito, la lead generation, le vendite e la fiducia del cliente nei confronti del brand. Cos’altro?

  • È misurabile, anche in tempo reale. C’è un’enormità di dati che si possono ricavare da ogni canale impiegato nella strategia: dalle visite al sito, il tempo di permanenza, i lead acquisiti, il numero follower, ma anche il valore medio dell’ordine ecc.
    Grazie a software specifici e CRM si possono raccogliere dati sulle attività di marketing svolte, stilando report dettagliati.
  • Miglior rapporto costi-benefici. L’inbound-marketing gode di un alto ROI (Return On Investment) che permette di misurare il rendimento economico delle azioni di marketing messe in campo. Proprio grazie al meticoloso percorso predisposto per indirizzare gli utenti all’acquisto (e alla selezione della propria nicchia di potenziali clienti) gli effetti saranno più tangibili rispetto a un’azione di outbound marketing (es. spot tv) dove non c’è possibilità di capire quanti e quali clienti essa generi.
  • Strategia solida e a lungo termine, perché si fonda sulla target audience e sottogruppi specifici di clienti, con una diversificazione del messaggio e dei canali all’interno del funnel di vendita. Anche la divisione del budget è studiata ad hoc.

 

agenzia inbound marketing

Costi

È molto difficile definire quale strategia sia economicamente più vantaggiosa perché dipende da tante variabili e anche perché, come abbiamo detto, l’outbound marketing fornisce pochi dati circa l’esito delle sue campagne. Quindi, quello che certamente possiamo affermare è che l’inbound marketing è più facile da monitorare in termini di risultati e di controllo della spesa.

Marketing inbound: conclusioni

È vero, l’inbound marketing si rivolge ad un pubblico molto più ridotto rispetto a quello generalista dell’outbound marketing ed è un approccio molto più articolato e globale, che prevede l’analisi di diversi parametri come le buyer persona, i funnel di conversione, il percorso di acquisizione dei lead, le interazioni sui social, le domande e le ricerche che gli utenti fanno online ed altri ancora.

Ma, a fronte tutto questo lavoro, si ottiene una panoramica molto ampia che consente di muoversi agevolmente e con più sicurezza anche grazie ai risultati misurabili, ma soprattutto di ottenere buoni risultati anche in termini di fidelizzazione. E lo sappiamo, è più vantaggioso avere clienti ripetitivi rispetto alla continua ricerca di nuovi. Inoltre, una volta impostata la strategia, seguono degli automatismi replicabili nel tempo.

Per cogliere la portata dell’inbound-marketing è necessario abbandonare vecchi schemi e concezioni. L’inbound marketing non è certo una novità assoluta ma capita ancor oggi che molte aziende fraintendono e, pur utilizzando i più moderni canali digitali, mantengono la mentalità tipica dell’outbound marketing.  Lo voglio ripetere per un’ultima volta: non è il canale che fa la differenza; non basta essere presenti su Instagram, ad esempio, e utilizzare questo strumento come fosse una televisione dove sparare senza criterio la propria pubblicità.

La vendita dura, a freddo, non funziona più da tempo ormai. Per un marketing efficace è necessario conoscere ed esplorare nuovi strumenti ma soprattutto prendersi del tempo per ragionare. Tutto questo richiede senz’altro tempo ma se le cose vengono pianificate per bene seguiranno risultati duraturi, premiati dalla fedeltà dei propri clienti nel tempo.

Hai bisogno di una strategia inbound-marketing?

User-experience

user-experience

Cos’è la User experience

User-experience significa, letteralmente, esperienza dell’utente. Chiamata anche con l’acronimo UX, si riferisce al modo in cui le persone interagiscono con un sito web. In poche parole, se vi navigano facilmente e con piacere, trovando risposte alle loro domande/bisogni o se, al contrario, non rimangono piacevolmente colpite.

User-experience: l’utente al centro

Come suggerisce la parola “user-experience”, l’utente ha un’importanza centrale nel successo di un sito web; è l’elemento cardine attorno al quale ruota tutto il web marketing. Dalla sua soddisfazione traggono vantaggio, oltre l’utente stesso, anche:

  • Il proprietario del sito. Quando l’utente atterra sul sito web avviene un primo contatto con l’azienda e con i suoi servizi/prodotti. Se l’esperienza di navigazione è positiva, cresce la possibilità per l’azienda di acquisire un nuovo cliente.
  •  Google. Il grande motore di ricerca regge tutta la sua attività proprio sul rapporto tra domanda e risposta che avviene online, facendo incontrare i bisogni delle persone alle risposte che forniscono i siti web. Se l’utente, attraverso Google, trova esattamente quello che stava cercando e senza difficoltà, continuerà ad usare con soddisfazione Google.

È facile dedurre che se l’utente non naviga volentieri su un sito web, ci saranno ripercussioni negative per il sito stesso e anche per Google.
Ecco perché tutto gira attorno all’esperienza e alla soddisfazione dell’utente.

Come ora vedremo, sono molti i fattori che incidono sulla user-experience e comprendono sia aspetti tecnici e strutturali, sia estetici ed emozionali.

Elementi della user-experience

I fattori responsabili di una buona user-experience sono stati descritti da Peter Morville (pioniere nel campo dell’architettura dell’informazione e dell’esperienza utente) che li ha rappresentati in un grafico a forma di favo (UX honeycomb). Scopriamoli:

  1. Useful: prima di tutto, i contenuti di un sito devono essere “utili” per l’utente e rispondere a un suo bisogno.
  2. Usable: facilità di utilizzo e navigazione senza intoppi, da qualsiasi dispositivo. Fondamentale quindi curare il responsive web design.
  3. Desirable: design e grafiche emozionali: il sito non dev’essere soltanto semplice ma anche gradevole alla vista.
  4. Findable: i contenuti devono essere trovabili quando l’utente svolge una ricerca in rete, allineati quindi con la SEO.
  5. Accessible: i contenuti devono essere fruibili anche dalle persone con disabilità.
  6. Credible: il sito web deve ispirare un senso di fiducia e credibilità negli utenti.
  7. Valuable: nell’insieme tutti questi aspetti devono fornire valore e un’esperienza memorabile.
ux honeycomb

Cos’è la User Interface

Il concetto di user interface (UI) o interfaccia utente si sovrappone spesso a quello di user-experience, quasi fossero sinonimi ma non è così.

L’interfaccia utente, infatti, riguarda il layout grafico di un sito web, ovvero tutto quello che riguarda il design e l’aspetto visivo. Ovviamente, una pagina web attraente e stimolante ha il suo peso nell’esperienza utente perché, soprattutto sul web, la prima impressione è la più importante.
Quindi, potremmo dire che l’UI incide sull’UX ma non sono la stessa cosa.

Una buona UI non punta solamente ad effetti estetici (“Che bel sito”) ma anche a mettere in risalto gli elementi più importanti per il fruitore del sito, accompagnandolo e facilitandolo nella navigazione. Per far questo, chi progetta siti web deve prestare attenzione a:

  • Utilizzare font e colori adatti e gradevoli
  • Favorire la leggibilità delle pagine web disponendo testi, immagini e video con un preciso criterio. Il testo, ad esempio, deve essere facile da leggere, quindi organizzato in paragrafi, con le frasi più importanti evidenziate in grassetto e le liste inserite a punti elenco.
  • Disporre nei punti giusti del sito gli elementi con cui l’utente interagisce: pulsanti, campi di inserimento testo (es.form).
  • Tener conto dello scopo del sito e dell’azienda: ogni elemento visivo deve rimanere coerente alla sua brand identity.

Consiglio anche la lettura di questo articolo che riporta alcune interessanti statistiche  sull’esperienza utente.

Tratto dall'articolo di sweor.com

Perché UX e UI sono importanti

Per capire l’importanza della user-experience e della user-interface, partiamo da quello che è lo scopo di un sito web per un’azienda: far conoscere il proprio prodotto o servizio a potenziali clienti.
Per raggiungere questo obiettivo, il sito deve distinguersi da quelli dei suoi competitor e mirare a diventare il più rilevante e autorevole per quell’argomento/nicchia di persone. Essendo il web molto affollato (in certi settori persino saturo), lo sforzo di un sito web è quello di emergere fra tutti gli altri.

Come abbiamo visto, quello che un utente desidera è trovare rapidamente e senza sforzo la soluzione al suo bisogno o problema su un sito veloce e facile da navigare. Senza complicazioni e senza perdere tempo.

UX e UI lavorano in questa direzione e non è tutto: hanno effetti anche sulla SEO poiché la UX è entrata a far parte dei fattori di ranking di Google.
Oggi, curare la user experience è indispensabile per finire in cima alla lista dei risultati della SERP, laddove si soffermano gli utenti.

Concludendo, possiamo dire che un buon sito web (ovvero utile, che converte) tiene conto sia dei contenuti, che costituiscono le risposte alle ricerche degli utenti, sia del design e dell’accessibilità. 
Queste sono le due facce della stessa medaglia, che insieme influiscono sulla user experience e sulla SEO, rendendo possibile ricevere maggiori interazioni e conversioni.

Migliora la user-experience del tuo sito web

Brand naming

brand naming

Brand naming significato

Il brand naming (dall’inglese denominazione del marchio) è, appunto, lo studio e l’attribuzione del nome ad un brand.
Quando un’attività emergente si trova a decidere come dovrà chiamarsi, deve assicurarsi di trovare un nome che calzi a pennello e che racchiuda l’essenza del brand.

Il brand naming non è solo una questione di creatività; non significa banalmente trovare un nome “figo” ma richiede ricerca e conoscenze in differenti campi, dalla linguistica al diritto. Una questione da non sottovalutare e che, come vedremo, presenta tante sfaccettature.

Brand naming, perché è importante

Il brand naming fa parte della brand identity di un’azienda ed è una delle primissime cose, assieme al logo, con cui il pubblico viene in contatto. Pertanto, il nome deve far trasparire i valori e i tratti distintivi del brand e persino le emozioni che vuole suscitare nel pubblico.

Avere un nome “giusto” è indispensabile per un’azienda, per comunicare efficacemente ed imprimersi nella mente della propria target audience. Tutti aspetti importanti di cui abbiamo parlato anche nell’articolo dedicato alla brand strategy.

Un’altra ragione per cui questa scelta non andrebbe presa sottogamba è che il nome, a differenza di altri elementi come logo e payoff che possono cambiare nel tempo, una volta scelto sarà quello per sempre. 
Anche a seguito di un rebranding, è molto improbabile che il nome cambi, perché esso si lega al brand in maniera indissolubile (diverso è il caso di acquisizioni o fusioni tra due aziende dove effettivamente il nome potrebbe subire modifiche).

Un nome è difficile farselo. Un cattivo nome, toglierselo.

Caratteristiche di un brand naming di successo

Un buon naming deve rispondere ad alcuni requisiti, ed essere:

  • Coerente: come già accennato, dev’essere coerente con la mission e la vision aziendali ed essere adatto alla target audience di riferimento. In questo modo contribuisce al posizionamento del brand sul mercato.

  • Unico: il nome deve essere unico e originale per differenziarsi dai competitor.

  • Semplice e possibilmente breve. Non è una regola universale, esistono nomi lunghi ma ugualmente d’impatto e di successo ma, orientativamente, queste caratteristiche rendono il nome del brand più facile da ricordare, come nel caso di Nike, Ikea, Lego.

  • Inequivocabile, cioè non soggetto a fraintendimenti. Qui, come vedremo più avanti, entra in campo uno studio di tipo linguistico per accertarsi che il nome non abbia significati ambigui o, peggio, offensivi in altre lingue. Meglio stare alla larga anche da nomi che si prestano facilmente a storpiature o giochi di parole.

  • Facile da pronunciare, non solo nella propria lingua ma anche in altre se il brand è -o potenzialmente lo potrà diventare nel tempo- destinato a diversi Paesi.

  • Eufonico, cioè dotato di una piacevole sonorità, magari in grado persino di evocare le sensazioni tipiche di quel settore. Ad esempio Soflan, oltre ad essere gradevole come suono, induce a un collegamento naturale al prodotto e al suo scopo (ammorbidente).
    In ogni caso, se è difficile da ripetere o suona strano non è il nome giusto.

  • Disponibile. Ultimo requisito, ma di certo non ultimo per importanza, è la disponibilità e la fattibilità del nome. Vanno esclusi nomi già registrati da altri o quelli che, per motivi legali, non sono registrabili.

Ti serve un brand naming?

Tipi di naming ed esempi

Abbiamo visto quali caratteristiche deve avere un brand naming di successo, ora scopriamo invece che tipi di nomi esistono e come orientarsi nella scelta.
Facciamo una prima distinzione in base allo stile e, a seguire, prendiamo in considerazione il fattore “significato”.

Differenze di stile

Una delle prime cose da stabilire è se il nome del marchio sarà di tipo descrittivo oppure astratto.

  • Un nome descrittivo, è quello che racchiude in modo sintetico il settore merceologico cui appartiene il brand. In breve, fa capire subito di cosa si occupa l’azienda.
    Un esempio è Tessitura Toscana Telerie che, com’è facile evincere, si occupa di biancheria e tessili per la casa. Nessun fraintendimento.
  • Al contrario, un nome evocativo è meno diretto e rimane più vago; si limita a suggerire velatamente il mondo a cui il brand appartiene, o il suo scopo.
    Algida rientra in questa categoria. Il nome non svela direttamente ciò di cui si occupa l’azienda (produrre gelati) ma il termine álgida (dal latino “algidus”, freddo) appartiene ad una sfera semantica in cui si trovano parole come ghiaccio, gelati, neve, ghiaccioli, surgelati ecc.

    La parola algida richiama in noi immagini e sensazioni legate al freddo. Pur non chiamandosi “Gelati&gelati”, si comprende ugualmente di cosa si occupa l’azienda, o quanto meno la si riesce a collocare in un settore.
    Quando l’azienda non era ancora così nota, a facilitare la comprensione del naming c’era un chiaro payoff (Industria alimenti gelati) e l’immagine di un cristallo di ghiaccio a completamento del logo.

logo algida negli anni

Logo Algida negli anni; tanti restyling ma il nome è sempre lo stesso.

Differenze di significato

Un’altra distinzione si basa sul significato che si vuole (o non vuole) dare al nome del brand.

  • Il proprio nome: questa è una scelta che adottano comunemente le case di moda o anche le cantine di vini e l’industria alimentare. Quando si tratta di aziende che vantano una certa storicità, il nome è spesso accompagnato dalla data di fondazione.
    Un naming di questo tipo infonde una sensazione di stabilità e anche autorevolezza.

Quando il nome proprio diventa un brand

  • Nome astratto, è un nome completamente inventato. Molti brand famosi sono nomi di fantasia, come Amazon o Google. Uno dei suoi pro è che è facile da memorizzare proprio perché fa leva sul fatto che è un nome inusuale, mai sentito prima perciò sorprende e rischia di diventare un “tormentone”.

  • Acronimo: ossia un nome formato solo da iniziali, come nel caso di Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino) LG (Lucky Goldstar) TIM (Telecom Italia Mobile) IKEA (Le iniziali di Ingvar Kamprad, fondatore, e di Elmtaryd e Agunnaryd, rispettivamente la fattoria e il villaggio svedese dove è nato).

  • Onomatopea: sono quei nomi che vogliono riprodurre dei suoni specifici, legati al prodotto o al suo packaging.
    Cosa ti suggeriscono parole come: Tic Tac, Schweppes, Chupa chups? Anche Twitter, (dall’inglese, to tweet=cinguettare) fa ricorso a un suono onomatopeico .

Quando si opta per un nome simbolico o astratto, il payoff può venire in aiuto per facilitarne la comprensione. 

Esempi di famosi payoff 

Brand naming, consigli utili

In questo articolo stiamo usando come esempi alcuni noti brand perché ci aiutano a illustrare i concetti, ma voglio mettere in guardia dalla tentazione di voler imitare tutti costi i grandi marchi. Non sempre, infatti, sono raccomandabili nomi sofisticati, troppo fantasiosi.

Concentrarsi sulla propria particolarità è sicuramente il miglior consiglio, così come quello di orientarsi verso un nome che convince e in cui ci si rispecchi, perché accompagnerà il brand per sempre.

Nel processo di naming, poi, bisogna tener conto di una questione che in passato non era così sentita: la disponibilità del dominio per un sito web.
In vista della realizzazione di un sito web (che ormai tutte le realtà, piccole o grandi, hanno) è bene controllare che il nome dominio .it o .com sia disponibile.

Step per la ricerca di un naming

Come detto all’inizio, fare brand naming non è frutto solo di creatività ma di un mix di competenze differenti che entrano in campo.

Chi si occupa di brand naming deve saperne di:

  • Marketing e branding
  • Comunicazione
  • Linguistica
  • Fonetica
  • Semiotica
  • Diritto dei marchi

Vediamo ora brevemente i passaggi necessari per la selezione del nome di un brand.

  1. Analisi: come prima cosa viene fatto un incontro col cliente per raccogliere quante più informazioni sul brand, le sue migliori qualità, la filosofia cui si ispira, i competitor, e le persone alle quali ci si rivolgerà.

  2. Al termine dell’analisi, i creativi, attraverso tecniche come il brainstorming, liberano ogni idea che passi per la mente, di getto.

  3. Da questa prima “sfornata” si filtrano i nomi che convincono di più e si comincia a fare uno studio più approfondito, a partire da quello sulla disponibilità per evitare di perdere tempo con nomi non disponibili o soggetti a restrizioni.
    Il processo di scrematura continua fino a ridurre la scelta a pochi nomi, che il cliente potrà vagliare per decidere quale risponde meglio alle sue esigenze e quale sente più suo.

  4. Al termine del processo decisionale, il nome verrà depositato come marchio di proprietà e sarà valido per 10 anni, rinnovabili all’infinito.

Cerchi un nome originale ed efficace per distinguerti?

Landing page cos’è

landing page cos'è

Landing page significato

Cos’è una landing page e cosa significa questo termine inglese?
Landing page significa, letteralmente, “pagina di atterraggio”. Si tratta, molto brevemente, di una pagina web dove far arrivare gli utenti per invitarli a compiere una precisa azione.

Che differenza c'è tra sito web e landing page?

 Una pagina di atterraggio, anche se apparentemente non sembra, è molto diversa dalle normali pagine di un sito web. Ciò che la distingue è soprattutto l’obiettivo: le pagine di un sito  servono a presentare un’azienda e i suoi servizi in maniera “generica”. Le landing page, invece, hanno un obiettivo di conversione molto specifico; inoltre:

– Sono destinate ad un pubblico attentamente profilato.
– Vengono strutturate con logiche diverse da quelle pensate per l’homepage e le altre pagine ( “servizi”, “prodotti”, “chi siamo” ecc.).
– Non vi si accede dal sito web, ma in altri modi che ora vedremo.

Una landing page non si trova nel menu di navigazione del sito web ma vi si accede, solitamente, da un annuncio pubblicitario. Questa è un’altra delle caratteristiche che la rende speciale, diversa dalle altre pagine.

A cosa serve una landing page?

Questo tipo di pagina è utile in due casi:
1- Quando si vogliono raccogliere le e-mail degli utenti per fare successivamente e-mail marketing.

2- Per vendere un prodotto/servizio direttamente online. Nelle paragrafo che segue ti spiegherò la differenza tra queste due tipologie.

Squeeze page e Sale page

Ora che abbiamo risposto alla domanda “landing page cos’è?”, entriamo più nel dettaglio per scoprire tutti gli aspetti di questo fantastico strumento di conversione. Come abbiamo appena visto, esistono due motivi che portano a creare una landing page.

– La squeeze page è una pagina creata con lo scopo di raccogliere i dati degli utenti (fondamentalmente il nome e l’indirizzo e-mail) per poter in seguito inviargli offerte, novità, promozioni ecc. Insomma, per avviare tutte quelle azioni di e-mail marketing utili a instaurare una relazione con l’utente e condurlo poi, gradualmente, all’acquisto (o a mettersi in contatto con l’azienda).

Questo tipo di landing page è utilizzato per avvicinarsi agli utenti che ancora non conoscono bene un’azienda e i suoi servizi, e che vanno quindi “scaldati” prima di invitarli a un’azione più impegnativa (acquisto).

Come trattato nell’articolo Funnel di vendita, le persone prima di acquistare beni o servizi compiono un vero e proprio percorso a tappe, rappresentate nella seguente immagine.

funnel di vendita

Tornando alla squeeze page, come si fa ad ottenere l’indirizzo e-mail degli utenti? Offrendo in cambio un contenuto utile e interessante (sconto, e-book gratuito, consulenza gratuita, campione omaggio, demo gratuita ecc.). Insomma, qualsiasi incentivo che lo faccia proseguire nel suo “viaggio”.

– Le sale page, invece, puntano direttamente alla vendita. Sono pagine destinate ad un pubblico più “maturo”, che ha le idee chiare e che conosce già l’azienda/prodotti e che ha manifestato in precedenza interesse nei suoi confronti ed è quindi più propenso e pronto a convertire.

Le sale page sono molto utilizzate dalle aziende che danno la possibilità di acquistare direttamente online (es.e-commerce) ma, come vedremo, ne possono beneficiare anche aziende e professionisti che trattano servizi anziché prodotti.

Vuoi promuovere un prodotto o servizio con una landing page?

L’importanza dell'intento di ricerca

Indipendentemente dal tipo di landing page che si vuole creare, è necessario conoscere l’intento di ricerca degli utenti. Da qui parte la strutturazione della pagina.

Ma, cos’è l’intento di ricerca? È l’obiettivo che ha un utente quando fa una ricerca online. È quello che si aspetta di trovare in risposta ai suoi bisogni, dubbi o desideri.

Esempio:

Gianni ha smesso di fumare e vuole premiarsi con un trattamento di sbiancamento dentale. Non conoscendo nessun professionista in zona che offra questa prestazione, va su Google e digita: “sbiancamento dentale a Torino”. Cosa si aspetta che Google “risponda”?

Gianni spera che il motore di ricerca gli fornisca informazioni su quali dentisti in zona si occupano di sbiancamento dentale. Questo è il suo intento di ricerca. Questo è quello che si aspetta.

 Dall’altra parte, per lo studio dentistico “Dentibelli”, esperto in questo tipo di trattamento, è fondamentale conoscere l’intento di ricerca di utenti come Gianni. È sull’intento di ricerca che si costruisce una landing page.

Questo banale esempio serve anche a chiarire due aspetti:

  1. Non solo le aziende possono beneficiare di landing page, ma anche professionisti;
  2. L’obiettivo di conversione di una landing page non deve per forza essere la vendita diretta sul sito, ma si può adattare ai bisogni di ciascuno. Nel caso del nostro studio dentistico, l’obiettivo di conversione è quello di essere contattati per fissare un appuntamento.

Cerchiamo ora di capire meglio il legame tra intento di ricerca e landing page. Come detto all’inizio di quest’articolo, le landing page sono pagine molto specifiche, che vogliono rispondere ad un preciso bisogno dell’utente.

Lo studio dentistico “Dentibelli” ha un sito web dove presenta tutti i suoi servizi, ma questo potrebbe non bastare a convincere Gianni a prendere un appuntamento. Perché Gianni non sta cercando un dentista qualunque, bensì uno specializzato in sbiancamento denti.
Per questo motivo, se lo studio dentistico in questione vuole attirare persone come Gianni, farà bene a creare una landing page ad hoc su quel particolare argomento.

landing page efficace

Come promuovere una landing page?

In che modo far approdare un utente su una landing page?

Come ormai avrai capito, una landing page è una pagina di approfondimento e, sebbene vi si può accedere anche attraverso i risultati organici, il più delle volte è l’estensione di un annuncio pubblicitario.

1 – Annunci Google.

Tra i metodi più utilizzati per portare gli utenti a una landing page ci sono gli annunci “Search” e quelli “Display” di Google.

Come dicevamo nell’articolo “Tipi di campagne Google Ads”, le campagne “search” sono le più diffuse e consistono in annunci testuali che compaiono nella pagina dei risultati di Google quando un utente utilizza determinate keyword nella sua ricerca.

Gli annunci dovranno essere configurati intercettando proprio quelle keyword (ricordi l’importanza di conoscere l’intento di ricerca degli utenti?), assicurandosi che l’utente, una volta cliccato sull’annuncio e atterrato sulla landing page, trovi la risposta alla sua domanda.

2 – Annunci pubblicitari sui Social media

È possibile fare conoscere al pubblico una landing page anche attraverso le campagne sponsorizzate su Facebook. Anche qui non va trascurata la prima fase di analisi: bisogna scegliere accuratamente il pubblico.

Le landing page, ripetiamolo, sono pagine che rispondono in modo preciso a uno specifico bisogno. Pertanto, il pubblico di destinazione sarà molto circoscritto.

Se, ad esempio, sto pubblicizzando nella mia landing page un innovativo sterilizzatore per biberon, non mi rivolgerò ad un pubblico generico (uomini e donne di tutte le età) ma sarà meglio selezionare:

  • Un pubblico femminile;
  • di una certa fascia di età (25-35 anni);
  • che mostra interesse verso pagine che parlano di maternità per essere sicuro di avvicinarmi al mio target ( le neomamme).

L’esempio è molto approssimativo; in realtà quando si costruisce una campagna ci sono molti altri parametri selezionabili, ma può essere utile a ribadire il fatto che più circoscrivo il mio pubblico e più probabilità ho di far vedere il mio annuncio a persone realmente interessate al prodotto.

Tante volte si pensa, erroneamente, che un annuncio mostrato a un pubblico molto ampio porti ad una maggior visibilità. In realtà, se l’obiettivo è convertire, questo comportamento non serve a nulla, anzi porta a uno spreco di denaro. Quello che serve è il pubblico “giusto”, i cui bisogni sono perfettamente in linea con le soluzioni proposte.

3 – E-mail marketing

Anche l’ e-mail marketing è un eccellente strumento per far conoscere una landing page e il suo contenuto. In questo caso poi, il processo di “raffinazione” del pubblico è già avvenuto: ci stiamo, infatti, rivolgendo a utenti che conoscono l’azienda e che, in passato, ci avevano lasciato il loro indirizzo e-mail.

Un pubblico più “reattivo” quindi, che potrebbe essere già vicino alla conversione.

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Come si costruisce una landing page?

Quest’ultimo paragrafo è dedicato all’aspetto più tecnico, ovvero come costruire una landing page. Anche se le squeeze page e le sale page differiscono in alcuni aspetti, ci sono molti punti in comune. Possiamo dire che il ragionamento alla base della loro costruzione è il medesimo.

Bene, scopriamo allora cosa deve contenere una landing page.

1 – Come prima cosa, la pagina deve essere in linea con l’annuncio pubblicitario su cui l’utente ha cliccato; egli deve capire di cosa si sta parlando appena atterra sulla pagina. Quindi tutti gli elementi dell’intestazione ( titolo, testo e immagini ) devono essere accattivanti ma soprattutto esplicativi. Il layout dev’essere professionale, con il logo aziendale ben in evidenza e gli altri elementi grafici disposti secondo certe logiche.

2 – Nella descrizione del prodotto/servizio che si sta pubblicizzando è importante elencare i benefici per l’utente. Non si tratta di esporre le caratteristiche del prodotto; ma di spiegare perché può essere utile alla persona; che problema risolve, che miglioramento offre.
Sia che si tratti di un benefit (squeeze page) che di un prodotto/servizio (sale page), va offerto un vantaggio reale, un incentivo molto chiaro e che nessun competitor offre.
Differenziarsi e lavorare sull’unicità della propria proposta è uno dei punti salienti nella realizzazione di landing page.

3 – Il pulsante call to action (es.“scarica gratis”; “iscriviti; “acquista” ecc.) è quello che porta alla conversione. Pertanto, il suo messaggio deve essere breve e chiaro e il pulsante ben visibile, con colori in contrasto con il resto della pagina. Infine, dev’essere l’unico elemento cliccabile di tutta la pagina. Come ti dicevo, nelle landing page non c’è un menu, e nemmeno dei link; nessun elemento di distrazione. L’obiettivo, infatti, è di non far uscire l’utente dalla pagina.

Un concetto che spesso si applica alle call to action è quello di scarcity. Si tratta di rendere l’offerta imperdibile agli occhi dell’utente, facendo leva sul fatto che essa sia limitata (nel tempo o nella disponibilità). In questo caso, le call to action saranno affiancate da diciture come “ultimi posti disponibili”, “offerta valida fino al…”.

Un centro estetico che promuove attraverso una landing page il trattamento viso scontato al 50%, potrebbe ottenere diversi risultati a seconda che usi l’una o l’altra di queste call to action:

  • Sconto 50% prenota
  • Sconto 50% prenota ora, l’offerta scade domani!

Il fatto che l’offerta abbia una scadenza aumenta il desiderio di ottenere quello sconto, e può essere la spinta all’acquisto. Il senso di “urgenza”, infatti, elimina eventuali dubbi e porta l’utente ad appropriarsi in fretta di quel vantaggio, senza rimandare.

Amazon insegna...

4 – Semplificare le procedure di conversione. È fondamentale rendere la vita facile al visitatore della pagina. Ciò significa che, una volta che ha cliccato sul pulsante call to action, le successive procedure (di iscrizione o di acquisto) devono essere semplici, chiare e portare alla conversione nel minor numero di passaggi possibile.

5- Le testimonianze. Le opinioni di altre persone sono utilissime ad abolire lo scetticismo, la paura e i dubbi dei nuovi clienti. Quindi, se ci sono recensioni, inseriamole nella pagina!

esempio di landing page

A questo punto, la landing page è completa di tutti i suoi elementi. Il pulsante di conversione può essere ripetuto anche alla fine della pagina, dopo le recensioni.

Un’ultima accortezza: realizzare una “thank you page” che si apra una volta che l’utente ha convertito. Si tratta di una finestrella che appare per ringraziare l’utente per l’azione compiuta. Ma non ha solamente questa finalità; serve anche a tracciare le conversioni.

Dopo tutto l’impegno per creare correttamente la landing page, infatti, bisogna capire se porta dei risultati. Come? Analizzando il tasso di conversione, ovvero il rapporto tra il numero di visite (utenti entrati nella pagina) e il numero di conversioni (vendite o altro).

Se su 100 visite, 10 persone mi lasciano la mail (o acquistano prodotto), il tasso di conversione sarà del 10%.

Non esiste un valore preciso che indichi se il tasso di conversione è alto o basso. I dati vanno contestualizzati e soprattutto monitorati, perché una landing page può essere continuamente ottimizzata.

Landing page esempio

Prima di arrivare alla conclusione di questo articolo “Landing page, cos’è”, voglio mostrarti un esempio di landing page,  creata dalla nostra web agency per raccontare e promuovere un prodotto dedicato alle strutture ricettive: iconcierge.eu. Potrai ritrovare la struttura e le varie accortezze di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente

Conclusioni: perché creare una landing page se ho già un sito web?

In conclusione, voglio sottolineare ancora una volta la peculiarità di una landing page rispetto ad altre pagine web.

Una landing page è in grado di rispondere ad un’unica, precisa domanda posta dall’utente. Per questo motivo, la conversione avverrà in maniera più fluida, facile e naturale.

Molto spesso vedo annunci pubblicitari che si collegano alla home page del sito. In questi casi è davvero difficile che le persone convertano, perché si trovano su una pagina molto generica che si ramifica e porta ad altre pagine.

Come sappiamo, le persone in rete sono distratte e cercano risposte veloci; non vogliono navigare in tutto il sito per trovare la risposta ai loro bisogni. Ecco, quindi, che il miglior sistema per rendere una campagna efficace è collegarla ad una landing page creata ad hoc e che risponde a quello specifico bisogno.

Creare una landing page è, passami il termine, “un’arte”: ogni elemento dev’essere pensato e curato nei dettagli. Se ben impostata, una landing page è uno strumento di conversione molto potente.

Vuoi promuovere un prodotto o un servizio con una landing page?

Tono di voce

tono di voce

Cos’è il tono di Voce

Il tono di voce (in inglese “tone of voice” o Tov) di un brand è il modo in cui un’azienda esprime sé stessa attraverso le parole; come parla al suo pubblico.

Così come il modo di parlare di una persona dice molto sul suo carattere, anche il tone of voice di un brand trasmette il suo modo di essere.

Quanto parliamo di tono di voce non ci riferiamo al contenuto, alle idee e ai pensieri espressi attraverso le parole, bensì al COME vengono esposte e modulate.

Facciamo un esempio semplice: una persona potrebbe affermare la seguente frase: “Ti stavo aspettando” in due modi:
-Con un tono di voce acuto, deciso, e la frase espressa in maniera secca e rapida.
-Con un tono tranquillo, articolando bene le parole, senza fretta.

Il contenuto (il cosa) è lo stesso, ma cambia il modo con cui viene espresso (il come).
Nel primo caso il messaggio che passa è di urgenza, rimprovero e cela un sentimento di impazienza, mentre il secondo suggerisce un senso di accoglienza, di sollievo e di gioia.

Allo stesso modo, il tono di voce nel marketing può assumere diverse sfumature che generano nel pubblico impressioni diverse.
Le parole sono suono, ritmo, evocano immagini, creano sensazioni. 
Il tono di voce influenza non solo la nostra percezione rispetto chi abbiamo davanti (che sia una persona o un’azienda) ma anche il modo in cui ci rapportiamo ad essa.

Insieme agli elementi di identità visiva, il tone of voice è parte fondamentale della comunicazione di un brand, un elemento di relazione col proprio pubblico.

tone of voice

Tipi di tono di voce di un brand

Il tono di voce nel marketing può essere definito da diversi fattori; ad esempio se si usano termini tecnici, se si ricorre ad un linguaggio simbolico, se il brand parla di sé in prima o in terza persona e ancora, se si fa uso di slang, di umorismo, se si fa leva su uno stile colloquiale e diretto, oppure emozionale e suggestivo, e così via.

Stili ed elementi diversi che, se ben studiati, sono capaci di raccontare una storia e trascinarvi dentro il pubblico.

Una volta individuato il TOV che rispecchia il brand, lo si utilizzerà su tutti i canali di comunicazione, dalla brochure alla campagna sui social, dal sito web al servizio clienti per essere sempre coerenti e riconoscibili.

Veniamo ora ai tipi di tono di voce che un brand può adottare.

TIPI di tone of voice

Il tono di voce di un brand può essere catalogato in base al suo livello di formalità.
Si va da toni di voce molto formali e impostati, che trasmettono serietà, autorevolezza e fiducia ma anche freddezza e distacco, a toni sempre più informali, persino amichevoli. Ognuno di questi stili suscita emozioni diverse nel lettore. Vediamo i principali:

  • Istituzionale: è tra i più freddi ed è caratterizzato da un ritmo lento e frasi articolate.
  • Professionale: è un tono formale ma meno distaccato del precedente. Il brand parla di sé, non parla al lettore, non lo coinvolge e spesso utilizza la terza persona per raccontarsi. Non c’è molta empatia ma trasmette professionalità. Es. Polli.
tono di voce professionale
  • Onirico: questo stile punta a stimolare i sensi, evoca l’atmosfera astratta e affascinante tipica dei sogni. Un esempio di questo tipo è Müller.
  • Colloquiale: il brand parla in prima persona e si rivolge direttamente al lettore. Risulta familiare e amichevole perché sa trasmettere un senso di accoglienza. Esempi sono IKEA, Mulino Bianco e Poltrone e Sofà.

 

  • Ironico: è il tono giocoso, talvolta irriverente, che punta a sorprendere il lettore. Es. Ceres e Amica chips.

Come si crea il tone of voice

Come fa un’azienda a trovare il proprio tono di voce? Nell’articolo dedicato alla brand strategy abbiamo affrontato l’importanza per un’azienda di definire e conoscere:

La propria identità: valori, mission e vision e obiettivi.

Il target: chi sono, che bisogni e desideri hanno i propri potenziali clienti?

I competitor: come stanno comunicando i competitor? Cosa si può fare per far risaltare l’unicità del brand, e cosa lo differenzia dalle altre proposte analoghe presenti sul mercato?

Conoscere perfettamente questi aspetti aiuta a trovare il giusto tono di voce con cui comunicare al proprio pubblico.

Non serve copiare o ispirarsi eccessivamente a realtà di successo o alle mode del momento. Un tono di voce autentico e credibile nasce esclusivamente da una profonda analisi della propria realtà.

Immagina un tono di voce eccessivamente amichevole e colloquiale applicato ad un business finanziario. Riuscirebbe a trasmetter valori di solidità, professionalità e fiducia?
Io non credo. Anche se oggi la tendenza è quella di avvicinarsi al cliente e accorciare le distanze, questo potrebbe non essere valido per alcuni settori dove ci si aspetta che venga mantenuto un distacco, e dove un certo grado di formalità è gradito.

Anche adottare uno stile travolgente, con comunicazioni create ad hoc per attirare l’attenzione non è credibile se proviene da un’azienda che ha un consolidato un mood pacato.
Lo stile comunicativo dev’essere spontaneo, autentico e rappresentare il vero carattere, l’anima del brand e questa non può certo cambiare da un giorno all’altro.

Non c’è uno stile giusto e uno stile sbagliato, c’è però la coerenza.
Studiare il proprio stile renderà la comunicazione incisiva, efficace e contribuirà a rendere il brand riconoscibile, obiettivo di ogni brand strategy.

Hai bisogno di definire il tono di voce del tuo brand?

Riassumendo, il tono di voce di un brand, per essere efficace, deve:

  • Rispecchiare i valori e l’ identità del brand
  • Mettere il luce l’ unicità e la “personalità”
  • Ispirare fiducia
  • Parlare la stessa lingua del destinatario
  • Creare relazioni
  • Essere congruente con tutta la brand identity
  • Essere utilizzato con coerenza in ogni canale di comunicazione 

Comunicare è il nostro mestiere da ormai 20 anni. Troviamo insieme la tua voce.